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A p o l o g i a i l l u s t r e

A p o l o g i a d i p o p o l o



Gravi ingiustizie sono all'ordine del giorno ed è impossibile, nel corso del tempo, conservarne la coscienza e la memoria. In questo spazio mi propongo di archiviare tutte le notizie che riportano i crimini compiuti dal nostro sistema democratico, garantista e liberale a danno della gente onesta e a tutto favore di assassini e delinquenti di ogni risma. Così, tanto per riflettere...
-Storie di ordinaria ingiustizia nel "favoloso" sistema demo-liberale-
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venerdì 21 maggio 2010

Contro il movimentismo fascista

Se si trattasse solo di doversi difendere dalle frequenti aggressioni antifasciste, fatte di minacce, intimidazioni, discriminazioni e contro-propaganda politico-culturale fondata su ogni genere di falsità, potremmo quasi definirci come baciati dalla fortuna, certamente onorati e fortificati nella mente e nello spirito.

Ci ritroviamo invece in un cronico stato di malessere e frustrazione -e chi non lo ammette è in malafede- con motivazioni che si originano dai rapporti e dalle dinamiche interpersonali e intermovimentistiche, all’interno della stessa comunità fascista. Parlo di comunità fascista, per non poter parlare di “area”, termine ormai ampiamente delegittimato del significato che fino ad ora ad esso era sempre stato attribuito, cioè come l’insieme di tutti i movimenti politici e culturali legati dal comune denominatore costituito dal credo fascista. Una parte significativa, fonte del malessere, è proprio questa: la squalifica sempre più evidente dell’area, ormai ridotta ad una accozzaglia di movimenti di estrema destra, da un lato impegnati a ripudiare il fascismo e a scodinzolare accanto al polo antifascista del centro-destra, dall’altro dediti ad ammiccamenti e scimmiottamenti esteriori di un fascismo mai visto al mondo e certamente più affini ad un repertorio che si rifà ad un mix tra estrema destra e nazismo nordeuropei. Ovviamente, questo enorme equivoco dell’area è sempre andato a tutto vantaggio dell’antifascismo e a tutto svantaggio del fascismo vero.

Ma i guai e i paradossi non si fermano qui. La rinascita fascista è sempre stata subordinata all’obiettivo dell’unità all’interno della ex area ma ora, una volta dissolta quest’ultima, cosa è rimasto da unire? In altre parole, esiste veramente una comunità fascista da cui ripartire, oppure è tutta solo una pia illusione?

La domanda è più che legittima, qualora si abbia un minimo spirito di osservazione. Alcuni movimenti e gruppi, più esplicitamente di altri, hanno forse definitivamente rotto i ponti con l’area di estrema destra, avendo colto l’irreversibilità di un loro comportamento ambiguo, se non chiaramente antifascista.

Questa comune consapevolezza però sembra non aver facilitato affatto una comune intesa ed uno sforzo nella direzione della unità fascista, il vero problema politico. Anzi, non solo continuano a moltiplicarsi movimenti, gruppuscoli, associazioni, club vari, accrescendo la disintegrazione, ma il tutto avviene in un clima di incredibile diffidenza e ostilità generale. I vari dirigenti, molti dei quali personaggi di indubbie qualità politiche e morali, se non si ignorano e si evitano reciprocamente, allora si guardano in cagnesco, se non si rivolgono la minima attenzione, allora si insultano. E mentre i capifila restano intenti ognuno ad innaffiare la propria piantina, sperando che un giorno cresca e superi le altre, le basi militanti certamente non sono da meno e non dimostrano certo maggiore intelligenza politica; non è raro infatti, imbattersi in qualche discussione su qualche forum ben noto, nelle quali ben volentieri ci si insulta tra camerati, quando addirittura non ci si minaccia. Insomma il cameratismo regna sovrano, come un re in esilio. Per non parlare dell’atteggiamento assurdo di troppi militanti, un giorno super volenterosi ed entusiasti, quello dopo completamente assenti.

Mi rendo conto perfettamente che possa risultare fin troppo facile criticare i comportamenti altrui, giudicandoli da un punto di vista esterno, senza conoscere a fondo tutte le problematiche, pur tuttavia non è questo il punto. Il punto è che i decenni passano e i fascisti non trovano una casa comune dove far crescere e sviluppare una politica unitaria. Perdurando così le cose, ognuno è chiamato ad assumersi la propria fetta di responsabilità, per il bene e per il male che si crea alla causa fascista. E’ giusto che ognuno faccia liberamente la propria scelta; personalmente mi dichiaro, come non mai, fuori da ogni particolarismo e da ogni coinvolgimento di parte, almeno fino a quando non vedrò qualcuno impegnato a lavorare per un solo fascismo ed un solo movimento fascista, per tutti e con tutti i fascisti d’Italia.

fine post

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sabato 15 maggio 2010

Il Duce che verrà

Gli avvenimenti quotidiani sul piano nazionale e mondiale sono divenuti talmente fitti ed incalzanti che non si fa in tempo a trovare la chiave di lettura dell’ultimo accadimento che già si è costretti a volgere la propria attenzione alla ennesima eclatante novità che i vari organi di dis-informazione si apprestano a diffondere. Pensare al futuro è divenuta quasi una frase senza senso; chiedersi cosa potrà avvenire tra un anno o dieci anni equivale a dare i numeri al lotto, vista la impossibilità di prevedere qualunque sviluppo degli eventi, anche a breve termine.

Incertezza, instabilità, timori diffusi e sfiducia generalizzata verso i governanti di ogni angolo dell’Occidente “democratico” condizionano fortemente la capacità della gente di guardare al domani.


Sono passati circa 2 anni dalle prime avvisaglie della crisi finanziaria e socio-economica, che sarebbe poi scoppiata pienamente nell’autunno del 2008, e siamo ancora qui a soffrire per le conseguenze.
Il presidente americano Barack Obama ed i suoi compagni di merenda europei si sono vantati di aver superato l’emergenza versando centinaia di miliardi di dollari nelle casse delle grandi banche che stavano per fallire a causa delle proprie avide attività di speculazione finanziaria.
Anziché abbattere il mostro o almeno mettergli una museruola, si è preferito buttare in gabbia altri quarti di carne sanguinante. ...

Le banche come hanno poi ripagato i governi per tanta insperata generosità? Hanno appianato le enormi perdite ed hanno continuato ad erogare premi stellari agli stessi manager che avevano contribuito a causare i crack e che erano rimasti liberi come se nulla fosse successo, invece si essere sbattuti in galera come meritavano.

Ma la cosa ancora più grave è che quel mare di denaro viene ancora utilizzato per continuare nelle medesime attività di speculazione finanziaria, quando ancora tutto il mondo continua a risentire della crisi e della recessione.
Dopo l’ultima criminale aggressione alla Grecia, non potendo ignorare a lungo l’evidenza, qualche coraggioso “edicolante” o “giornalaio” o “politicante” di regime o qualche altro valido esponente della cricca del “bene assoluto” hanno voluto trasgredire la consuetudine, facendo timidi accenni sottovoce a fantomatici speculatori in azione nel mondo della finanza.
Ma chi siano questi ultimi, a quale nome o nomignolo rispondano, non è dato sapere. Potremmo allora definirli:” gli speculatori mascherati”, un po’ come i Cavalieri dell’Apocalisse.
Come questi fantomatici figuri siano poi da combattere e da fermare affinchè non abbiano più a nuocere a milioni di persone, beh questa è e resta cosa inaudita, il coraggio si è fermato qui.

I tre cavalieri dell’apocalisse sono esattamente le tre agenzie americane (manco a dirlo…) di rating internazionale: Moody’s, Standard & Poor’s, Fitch, le stesse che, fino a poco prima che crollasse, avevano attribuito altissimi indici di affidabilità alla banca d’affari Lehman Brothers.
Nulla di strano se si pensa che i proprietari azionisti delle su citate agenzie altri non sono che le stesse banche d’affari alle quali, nello stesso tempo, prestano i loro servizi e ne valutano l’affidablità. Insomma l’apoteosi dei conflitti di interesse e della inaffidabilità.

Ma Moody’s e compagni sono in realtà il braccio armato degli speculatori.
Come agiscano lo abbiamo visto chiaramente le scorse settimane quando la Grecia è stata posta sotto attacco speculativo; Moody’s, abbassando il rating ellenico, cioè il grado di affidabilità circa la capacità di solvenza sui titoli di stato, ha innescato, come un cerino acceso sulla benzina, una prevedibile e prevista escalation, fino a quando i titoli di stato biennali greci non sono arrivati a dover rendere il 20% di interessi alla scadenza.

Per comprendere meglio come questa azione di attacco sia stata concertata a tutti i livelli, tutti d’accordo, basta riflettere sul comportamento della Germania, la quale, fino al giorno prima che il rendimento dei titoli greci raggiungessero la quota suddetta, si era detta contrarissima a finanziare il governo ellenico, per poi, il giorno dopo dirsi assolutamente disponibile per un prestito pluri miliardario.
Il tutto alla faccia del popolo greco, ora condannato a maggiori sofferenze per chissà quanti anni o decenni.

Ma naturalmente, per la cronaca pro-idioti, questo immenso disastro sarebbe ufficialmente da imputare al cattivo stato dei conti pubblici, caratteristica comune anche ad altri Paesi della UE, come il Portogallo, la Spagna, l’Irlanda ed anche se in minor rilevanza, l’Italia.
Cosa questa subito sancita da Moody’s, la quale ha cominciato immediatamente ad esprimere giudizi di allerta su questi stati, Italia compresa; è infatti bastata la diffusione di una valutazione poco positiva sull’Italia che, nel breve volgere di un giorno, la nostra Borsa ha perso oltre il 5%, con i titoli bancari precipitati fino al -13%.
Una piccola frase è stata sufficiente a seminare il panico: una prova generale probabilmente di quello che sarà uno dei prossimi attacchi della cricca degli speculatori. Un’altra frase di Moody’s il giorno dopo, a parziale rettifica di quanto detto il giorno prima, è bastata a far rientrare subito il caso “Italia”.
Per ora si sono fermati, complice probabilmente l’impegno italiano per istituire un fondo europeo del valore di centinaia di miliardi di euro, utile nell’evenienza che si presentino altri casi “Grecia”.

In ogni caso lo strapotere incontrastato della cricca giudaico-massonica ha sortito gli effetti voluti: nel giro di qualche giorno la UE, con una enfasi ed un sensazionalismo grottesco, simile al sorriso forzato, davanti all’arbitro che lo conta, di un pugile andato ko, ha dichiarato di aver trovato l’accordo per l’istituzione del “Piano europeo”, con la preparazione di un super fondo di ben 750 miliardi di euro.
Nessun “giornalaio”, né televisivo né della carta stampata, nessun “Vespa”, nessun “Santoro” ha avuto lo stramaledetto coraggio di denunciare la evidentissima porcata messa in atto: da oggi non solo la cricca degli speculatori è libera di operare come ha sempre fatto, in modo indisturbato, ma da oggi potrà contare anche sul fatto che i guadagni miliardari delle speculazioni saranno garantiti da un apposito fondo, messo a disposizione dalle stesse vittime e dal Fondo Monetario Internazionale.
Per meglio comprendere la gravità della misura attuata dalla UE, si potrebbe dire che sarebbe come se il fenomeno criminale dell’usura, tanto diffuso e grave in Italia, venisse incentivato dallo Stato con dei finanziamenti destinati alle vittime degli usurai, affinchè possano pagare gli altissimi interessi imposti dagli strozzini, lasciati indisturbati ed impuniti.
Complimenti quindi ai nostri leader e soprattutto a Berlusconi che si è tanto vantato di essere stato determinante ai fini della riuscita di questa grandiosa iniziativa.

Si sostiene che da oggi in poi, nessuno stato UE correrà più il rischio di fallire, dichiarandosi insolvente verso i pagamenti di titoli e obbligazioni, dato che l’Unione interverrebbe con un adeguato pronto soccorso finanziario.
Ma tutto ciò è esattamente quanto fa maggiormente piacere agli speculatori, dal momento che, come tutti i parassiti che si rispettano, non troverebbero mai giovamento dalla morte dell’organismo ospitante, quanto piuttosto dal suo mantenimento in vita il più a lungo possibile.

Il potere politico si è dimostrato, una volta di più, completamente al servizio del potere finanziario e massonico mondiale, quando non assolutamente correo.
Dei governanti che rappresentino veramente il popolo e le sue istanze di sicurezza, benessere e protezione, non avrebbero esitato a mettere in atto l’unica azione logica: porre limiti ristrettissimi all’attività finanziaria delle grandi banche d’affari, vietando tutti i prodotti ad elevato carattere speculativo e mettere fuori legge tutti i soggetti coinvolti negli ultimi attacchi speculativi all’Europa, dopo averne confiscato i patrimoni stramiliardari. Questo tanto per cominciare.
Ma così non è stato e mai sarà fino a quando questo sistema criminale resterà in piedi.

Questa riflessione rimarrebbe senza senso se non si prendesse finalmente atto delle evidenti conseguenze.
La prima fondamentale deduzione, come già accennato, è che la politica, a livello mondiale, è evidentemente soggiogata, se non anche posta sotto ricatto, dai poteri forti e dalle lobbie finanziarie. Ne consegue che ciò che risulta assolutamente inutile ed impotente oggigiorno è proprio la politica ad ogni livello e grado, e nessun leader al mondo, se anche volesse, avrebbe il potere necessario per opporsi a questo status.
E’ il pieno fallimento dell’intero sistema socio-economico dell’occidente, basato sulla demo-plutocrazia, da sempre spacciato per “sistema democratico”.

Se ora proviamo a volgere il pensiero al futuro, ad un futuro migliore basato sul motto latino “Salus populi suprema lex esto( Il bene del popolo è la suprema legge)”, allora è necessario che i popoli conducano una vera e propria guerra di liberazione per tornare ad essere ognuno artefice del proprio destino, liberi da sfruttatori e da tiranni.
Ma non è questa una strada percorribile con la politica tradizionale e dai leader tradizionali, come abbiamo già desunto.
Ancora una volta ci sarà bisogno di un “uomo della Provvidenza”, un uomo del popolo, capace di attrarre a sé il consenso della gente e di essere disposto a sacrificare sé stesso per condurre una lotta che, inevitabilmente, sarebbe contro tutto e contro tutti i detentori del potere ma sostenuta dal seguito sincero e incondizionato di milioni di persone.
Un rivoluzionario ed anche uno spirito guerriero, un uomo capace di riprendere una strada già percorsa nel passato ma lasciata a metà; i nemici da affrontare sono oggi mille volte più forti e irriducibili di ieri, mille volte più determinati a non abbandonare le posizioni di dominio e di controllo su cui si sono arroccati.
Forse noi non vedremo mai un uomo simile, forse – ce lo auguriamo - toccherà ai nostri figli o nipoti decidere se morire da schiavi o lottare fino in fondo ma per loro sarà un grande privilegio conoscere e seguire il Duce che verrà.
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lunedì 26 aprile 2010

In attesa che ritorni la libertà

Mentre mezza Italia si chiede se Gianfranco Fini sia un traditore, dato che l’altra metà si è già posta tempo fa la stessa domanda, trovando ancora una volta la medesima risposta, oggi 25 Aprile l’antifascismo festeggia stancamente il giorno in cui si celebrano comulativamente tutti i tradimenti subiti dalla Patria a partire dal 25 Luglio 1943.

Ma questo giorno viene chiamato “festa della liberazione”. Da chi o da cosa, poi, è ben noto: dal nazi-fascismo, forse perché dal solo il fascismo sarebbe un po’ troppo poco. Ma a distanza di 65 anni, cosa ci sia ancora da festeggiare, anche per il più accanito antifascista, è cosa assolutamente difficile da comprendere.

Il concetto stesso di “liberazione” applicato a quegli avvenimenti bellici è molto discutibile, dato che al presunto invasore tedesco (nostro alleato) si è sostituito l’invasore anglo-americano, dal quale l’Italia ha subito una resa incondizionata e con tutti i disonori possibili, a cui è seguita una dominazione politico-militare che dura ancora oggi.

I rituali discorsi retorici pronunciati dal capo dello Stato, dal Presidente del Consiglio e, via via, dalle varie cariche istituzionali fino a tutti coloro che non hanno potuto fare a meno di starsene zitti in pubblica piazza, è stato posto l’accento sulla famigerata libertà ritrovata dopo quella fatidica data. E’ bene allora, che questi signori dalla favella facile ci facciano un resoconto approfondito di come e di quanto sia cresciuta la libertà in questi ultimi 65 anni, che ci diano dimostrazione, fatti alla mano, di quanto gli italiani di oggi siano liberi. Del loro ciarlare per inerzia, dando insensatamente fiato a bocche abituate ad esprimere porcate di ogni genere, senza mai preoccuparsi che il cervello, ma soprattutto l’anima, siano collegati, ne abbiamo strapiene le tasche.

Che qualcuno, per favore, ci dica in cosa consista questa libertà ritrovata. Nell’attesa che qualcuno tra gli illustri tromboni trovi il coraggio di farlo, proverei umilmente a dare io un aiutino, solo qualche piccolo suggerimento.

Comincerei con la libertà di espressione del giornalismo e di tutti gli organi di informazione, ormai giunta a vette mai toccate prima d’ora; è vero che il giornalismo d’inchiesta non esiste quasi più e che a nessuno importi un fico secco di mettersi ad indagare su fatti e questioni di enorme importanza per la consapevolezza della gente, però è incontestabile che nel produrre gossip, il giornalismo italiano sia oramai all’avanguardia; basta guardare i tg per constatare che dopo dieci minuti iniziali di notizie semiserie, date in modo da non fare torto a nessuno, arrivino finalmente gli ultimi 20 minuti che ci tengono al corrente, con nel mezzo una bella ricetta culinaria, di tutti i cavoli che riguardano i vip, passando anche per qualche passerella di moda, perché no.

Da non dimenticare la tanto celebrata libertà di voto. Come potremmo fare senza? Poter scegliere il partito che di ogni interesse si farà promotore, tranne di quello degli elettori, è impagabile.

Vi è poi la grande libertà personale di cui tutti noi godiamo. Poter uscire di casa per un viaggio o una passeggiata o per andare allo stadio, senza essere certo di poter ritornare indenne alla propria famiglia, perché aggredito o investito o accoltellato da qualche criminale tanto recidivo quanto libero di cercare altre vittime, questa si che è libertà.

Poi c’è la grande libertà di lavorare e di intraprendere, che pone l’Italia al livello di nazione da terzo mondo. La libertà di pagare il pizzo alla mafia, di cedere l’appalto alla ditta del boss della città, di essere vessato da una burocrazia di Stato umiliante, di poter godere di un sistema giudiziario praticamente immobile e di dover fare i conti con corrotti e criminali di ogni risma.

Dove mettere poi la libertà di cura? Possiamo contare sulla grande libertà che deriva da un sistema sanitario efficientissimo nel procurare errori medici spesso irreversibili o attese di mesi, se non di anni, per poter effettuare visite o esami clinici nelle strutture pubbliche.

Poi ancora, la libertà economica e finanziaria, stretti tra le grinfie delle banche usuraie e di un fisco criminale; la libertà di poter godere di un ambiente sano e a misura d’uomo, immersi come siamo in un inquinamento totale che va dal sottosuolo all’aria che respiriamo. Ma qualunque altra libertà che ci venga in mente è una libertà che in realtà ci è stata negata, proprio a partire dal 25 Aprile 1945.

Solo una cosa sembra chiara: Il giorno della Liberazione e della Libertà deve ancora arrivare.
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sabato 27 marzo 2010

Mafia & Democrazia snc - perchè lo stato antifascista è perdente -

Non vorrei prenderla troppo da lontano ma è bene riflettere sulla realtà della “democrazia”, per meglio comprendere il rapporto tra Stato e mafia.

La democrazia dovrebbe essere l’esercizio del potere e del governo da parte del popolo, ma è davvero così?

Tradizionalmente questa facoltà viene esercitata in modo indiretto attraverso la rappresentanza dei partiti politici e la delega affidata agli eletti in parlamento, i quali dovrebbero promuovere gli interessi del popolo elettore. Questo sulla carta. La realtà invece è sempre stata ben diversa.

Ciò che viene continuamente spacciato per democrazia altro non è che partitocrazia, cioè il governo esclusivo dei partiti, unicamente impegnati a gestire il potere, quasi senza alcuna relazione con gli elettori ed i loro bisogni, se non vagamente nel periodo che precede una elezione, per ovvi motivi.

I partiti in realtà, dovendo gestire il potere, per forza di cose sono divenuti i rappresentanti di sé stessi e dei centri di interesse, siano essi economici e finanziari che mediatici e culturali ed anche mafiosi. Il popolo invece non ha alcun potere, se non quello del voto, ma è questo un potere che si può facilmente controllare, condizionare o addirittura comprare. Se così non fosse, in quelle aule scandalose della Camera e del Senato della Repubblica non assisteremmo alla approvazione di certe leggi, a cui nessun comune cittadino onesto acconsentirebbe mai....

Le varie lobbies dunque vivono in simbiosi con il sistema dei partiti e delle istituzioni statali, da questi occupate,in uno scambio continuo di corruzione e concussione. Alla mafia però è destinato un posto d’onore in questo banchetto. Mafia siciliana, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita detengono il controllo assoluto almeno di mezza Italia, da Roma a Pantelleria, e sono in grado di dirigere i flussi di voti a qualunque livello, sottraendo al popolo la propria prerogativa; lo scambio è quindi inevitabile, in cambio di appalti e favori vari le mafie garantiscono l’elezione dei candidati più facoltosi da un punto di vista del potere politico ed il patto scellerato è stretto.

Se non altro siamo onorati e felici che questo “sistema democratico-mafioso” si dica anti-fascista, a scanso di equivoci.

Che la mafia e la partitocrazia vadano da sempre a braccetto è un fatto inconfutabile. Una volta abbattuto il fascismo, i mafiosi tornarono in Sicilia al seguito degli americani affinché riprendessero il controllo del potere e facilitassero l’invasione, poi nell’immediato dopoguerra le nuove autorità democratiche antifasciste riabilitarono e premiarono una moltitudine di boss mafiosi in “qualità” di vittime perseguitate dal regime fascista. E la storia d’amore riprese lì dove si era interrotta un ventennio prima e prosegue ancora oggi.

Non lo si può negare, anzi è da ricordare con grande commozione e gratitudine, che vi sono stati e tutt’ora vi sono ancora coraggiosissimi servitori dello Stato che, con forte senso del dovere e lealtà, arrivano a sacrificare perfino la propria vita per condurre una guerra spietata alle mafie; sono esponenti delle forze dell’ordine, questori, prefetti e magistrati che compiono quotidianamente il proprio dovere, nonostante siano boicottati da uno Stato che, a parole incoraggia i loro sforzi e raccoglie gli onori dei successi conseguiti ma nei fatti, scientemente nega loro le risorse necessarie a condurre una reale campagna repressiva che possa portare al successo definitivo. Quali sono le risorse negate? Esse vanno dalle forniture di mezzi tecnici adeguati, a partire dalle auto, alle risorse finanziarie per pagare gli straordinari, riparare le auto incidentate, acquistare il carburante, alle risorse umane, in termini di agenti di polizia in più, impiegati e magistrati nei tribunali; insomma, la realtà, al di là della propaganda governativa, è che zone come Napoli, Reggio Calabria e le province siciliane, anziché ricevere il massimo ed il meglio dallo Stato, presentano procure con personale ampiamente sotto organico, strutture fatiscenti, senza sorveglianza e completamente abbandonate ad un degrado inarrestabile. Il boicottaggio dello Stato non si ferma qui ma è anche, se non soprattutto, da riconoscere nell’assoluto vuoto legislativo che non offre strumenti straordinari e adeguati a combattere un nemico subdolo, spietato, occulto; di contro permane invece l’ostinato utilizzo delle leggi ordinarie nei confronti di un nemico che di ordinario non ha nulla.

Un abisso, non intermini di tempo trascorso ma di volontà politica, dividono lo stato attuale dallo Stato Fascista, la vuota retorica delle parole gratuite dei governanti di oggi dalle parole che usò Mussolini ad Agrigento il 9 Maggio 1924:

(*) ”Voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: mi si è parlato di strade, di acque, di bonifiche, mi si è detto che bisogna garantire la proprietà e l’incolumità dei cittadini che lavorano. Ebbene , vi dichiaro che prenderò tutte le misure necessarie per tutelare i galantuomini dai delitti. Non deve essere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica come la vostra”

e da quanto dichiarò alcuni giorni dopo a Roma al suo addetto stampa Cesare Rossi:

(*) “Infliggerò alla mafia un colpo mortale. La polizia avrà libertà d’azione. Se occorreranno nuove leggi, noi le faremo.” Detto per inciso, meno di un mese dopo Cesare Mori sarebbe stato inviato urgentemente a Trapani, in attesa di essere nominato prefetto di Palermo.

A ben poco vale l’arresto di qualche vecchio latitante che verrà condannato a diversi ergastoli e che, se la colpevole pigrizia di qualche magistrato non farà in modo da restituirgli la libertà dopo qualche mese, condurrà la prigionia in monolocali a 4 stelle da cui probabilmente, come è già successo, verremo a sapere anni dopo che è stato in grado di continuare ad impartire ordini ai suoi picciotti, mentre la moglie ed i figli a casa hanno tenuto salde le redini della cosca. E quando questo non accade, sappiamo bene che decine di altri capi fuori sgomitano, e a volte si fanno la guerra, per poter subentrare al boss finito in galera.

Come in ogni organizzazione sociale avanzata, da certi animali all’uomo, non è tanto importante la vita del singolo, benché capo, quanto la vita del gruppo o del branco, affinché si conservi di generazione in generazione. Allo stesso modo, mafia e politica vanno avanti a braccetto, dato che la fine di qualche vecchio capo-clan non compromette di per sé il sodalizio, anzi contribuisce alla ricerca di nuovi equilibri e nuove strade criminali.

Ieri prevaleva il traffico di stupefacenti tra le principali attività criminose delle mafie, mentre oggi, ancor più del pizzo, dell’usura e delle attività finanziarie, è il “cemento” il business più redditizio. Soprattutto la mafia siciliana e la ‘ndrangheta calabrese sono divenute proprietarie delle principali aziende produttrici di calcestruzzo e in quelle zone, chi voglia costruire qualcosa è obbligato ad acquistare il cemento mafioso, ovviamente di scarsa qualità, mentre tutti gli appalti pubblici pluri milionari vengono aggiudicati a società di costruzione, sulla carta linde, ma che fanno capo alle classiche “teste di legno” prestanome dei boss.

Il risultato è che nel sud Italia in questi decenni sono stati spesi decine di miliardi di euro per opere cominciate e preventivate con un termine dei lavori e con un certo costo ben precisi ma poi finite col costare il doppio o il triplo e spesso lasciate incompiute. Tutto questo continua ancora oggi sotto i nostri occhi ed è reso possibile dalla connivenza, anzi dalla complicità di funzionari pubblici e amministratori locali, questi ultimi spesso con il doppio incarico parlamentare, e referenti politici vari di ogni partito, come le numerose inchieste giudiziarie rivelano giorno per giorno.

Ieri avevamo di fronte ignoranti e sanguinari contadini con la lupara facile, oggi invece i mafiosi sono dei professionisti in giacca e cravatta, avvocati, commercialisti, ingegneri (in questi giorni ho appreso che è stato arrestato un boss architetto…), qualche volta ignoranti come i padri, avendo comprato la laurea, altre volte realmente preparati e professionali. La mafia di oggi è quindi una mafia d’affari che opera nelle costruzioni e nell’alta finanza ed ha relazioni strettissime con politici, affaristi, massoni e speculatori vari.

Ma il più delle volte, anche quando il contrasto delle forze di polizia, degli inquirenti e della stessa D.I.A. sembra costante e apparentemente fruttuoso, qualcosa comunque sembra non quadrare come dovrebbe. In realtà la lotta alle mafie sembra una eterna storia di piccole scaramucce, di toccate e fuga, di colpi sferrati ma mai affondati. Per meglio comprendere questo atteggiamento, basta riflettere attentamente sulle parole che qualche procuratore o vice-procuratore impegnato nell’antimafia esprime in qualche rara intervista; si riscontra sempre un atteggiamento di eccessiva prudenza quando si tocca l’argomento dei rapporti diretti con i mafiosi, ad esempio di coloro che vengono sottoposti ad interrogatorio, soprattutto se sono stati elevati al rango di “pentiti”; quando poi si tocca il rapporto con i boss, la cosa appare ancora più inquietante: si parla apertamente di rapporto di reciproco rispetto, in base a regole non scritte ma che hanno imparato a conoscere, riverentemente volte a non ferire l’orgoglio e la sensibilità del capo mafioso. Insomma, se “guerra” c’è tra stato e mafia, è una guerra “cavalleresca”, in pieno stile ottocentesco; è incredibile, sporchi criminali pluri omicidi, stragisti e sovversivi trattati con timoroso rispetto da parte di chi invece dovrebbe perseguitarli senza alcuna pietà e riguardo.

Sono passati quasi 70 anni da quando l’antifascismo, tornando al potere, ha riportato in auge la mafia; sono stati decenni in cui è stata inscenata una guerra finta e i risultati si vedono: “Mafia SpA” è ancora viva e vegeta, forte come non mai, in grado di produrre un giro d’affari complessivo che è stato stimato in oltre 130 miliardi di euro all’anno, di cui 70 miliardi di utili netti, una cifra spaventosa pari al valore di una decina di finanziarie, che se fosse restituita alla economia legale, potrebbe rendere l’Italia una nazione ricca e potente.

Uno scenario ben diverso da quello a cui gli italiani ed il mondo intero poterono assistere tra il 1924 ed il 1929, cinque anni in cui il prefetto di Mussolini, Cesare Mori, annientò Cosa Nostra. La volontà politica di ottenere quel risultato fu determinante, ma anche i metodi adoperati dal prefettissimo ebbero il loro peso e furono opposti a quelli attuali: egli diede la caccia personalmente a tutti i boss, li catturò insieme a tutti gli accoliti ed alle rispettive famiglie, mogli e bambini compresi (messi poi sotto tutela e protezione, affrancandoli da un destino criminale, altrimenti inevitabile). E poi Mori non si limito all’arresto dei capi mafia ma, il più delle volte, li umiliò nelle pubbliche piazze dei loro paesi, davanti agli occhi increduli degli stessi concittadini che fino al giorno prima erano stati vessati, derubati, minacciati e sottomessi; egli dimostrò che il più forte era lui e non il capo cosca locale, che sovrano era lo Stato non la mafia; anziché chiedere ai cittadini di ribellarsi alla mafia, come viene oggi ripetuto a vanvera, senza offrire garanzie di protezione e di presenza, Mori dimostrò nei fatti che era prima di tutto lo Stato a ribellarsi e ad imporsi e, di più, egli incitò sempre i cittadini ad affrontare direttamente e con le armi in pugno i mafiosi, lottando al fianco delle forze dell’ordine.

E si, erano tempi diversi, tempi in cui lo Stato era per il Popolo e il Popolo per lo Stato. E per la mafia non c’era posto.

(*) Tratto da “Il prefetto di ferro” di Arrigo Petacco.


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sabato 6 marzo 2010

Istanza di messa in stato di accusa del Capo dello Stato

Dal sito: www.pocobello.blogspot.com

CHI CALPESTA GLI ARTICOLI 3, 18, 21 E 49 DELLA COSTITUZIONE ITALIANA, DAI QUALI DISCENDE IL DIRITTO DI COSTITUIRE ANCHE IL PARTITO FASCISTA?

MA PROPRIO IL CAPO DELLO STATO, L'ON. GIORGIO NAPOLITANO, CON L'INDEBITO SOSTEGNO OMISSIVO E SURRETTIZIO DEI COMPONENTI IL COMITATO PER I PROCEDIMENTI D'ACCUSA, CHE DOVREBBERO INVECE INTERVENIRE PER DARE IL VIA ALLA PROCEDURA. ESSI, INFATTI, DOPO DUE ANNI DALLA RICHIESTA, DA PARTE DI SALVATORE MACCA, DI MESSA IN STATO D'ACCUSA DELL'ON. NAPOLITANO, HANNO VIOLATO LA LEGGE OMETTENDO GLI ATTI DOVUTI E IMPEDENDO COSI' CHE LA PROCEDURA AVESSE ED ABBIA IL SUO CORSO.

BRESCIA, 25 FEBBRAIO 2010
SALVATORE MACCA, BRESCIA


documento 1°

Istanza di messa in stato d'accusa del Capo dello Stato....
Perché il Parlamento a Camere riunite dopo 21 mesi non decide?
I PARADOSSI

La mia arma? La Costituzione.
La mia forza? La Costituzione
La mia determinazione? La Costituzione
Chi fa tremare i miei, i nostri nemici che la stanno calpestando? La Costituzione.
Chi li sconfiggerà? Ma la Costituzione!

ALL'ECC.MO SIG PRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE DELLA REPUBBLICA
Piazza Quirinale, 41, 00187 ROMA
L'esponente, il cittadino Italiano Salvatore Macca, con ricorso 4 aprile-19 maggio 2008 (doc. 3 e 4), indirizzato al Presidente pro tempore della Camera dei deputati, chiedeva che si procedesse nei confronti del Presidente della Repubblica, l'On. Giorgio Napolitano, per attentato alla Costituzione a norma degli arti. 90, co. 2°, ipot. 2^, 63, 134, ip.3^, 135 ult. co., Cost., nonché dell'art. 12 L. cost. 11 marzo 1953 n.1, dell'art. 17 L.25.1.1962 n.20, capo I1 (secondo), e artt. 5 e segg. L.5 giugno
1989 n. 219.
Ciò perché lo stesso, pur avendo il dovere di rappresentare l'unità nazionale, (art.87, comma I°, cost.) non impediva che ai cittadini di fede fascista fosse vietato di godere e di esercitare i diritti sanciti dagli artt. 3,18,21 e 49 Cost., solennemente garantiti a tutti i cittadini, compresi, dunque, anche a quelli di fede fascista. Discriminazione esercitata dal parlamento, rifiutandosi di abrogare, e mantenendo in vita in modo anomalo, arbitrario e surrettizio, la XII disposizione transitoria di attuazione della costituzione. che. essendo transitoria, e dunque destinata a coordinare, come tale, la vecchia normativa con la nuova, doveva avere una durata assai breve, due-tre anni, poco più poco meno, ma che invece è in vigore dal I° gennaio 1948, e cioè da quasi 62 anni. Disposizione che è la base per la permanenza in vigore di una legislazione persecutrice, tirannica, faziosa, discriminatrice e vessatoria dei cittadini di fede fascista. (Leggi Scelba e altre simili)
Sappiamo tutti che le leggi le approva e le abroga il parlamento, ma sappiamo pure che nell'inerzia, in questo caso faziosa e ostile, del medesimo, i cittadini discriminati avevano pensato che potesse bastare rivolgersi al Capo dello Stato, come ultimo approdo per avere giustizia, dopo un vano ricorso dello scrivente alla cosiddetta e sedicente “Alta corte europea di giustizia per la difesa dei diritti del1'uomo” che, dopo due anni, (2002-2004), decise rigettando il ricorso, con una letterina priva di motivazione e inappellabile. definita, chissà mai perché, decisione.
Si era ingenuamente certi che potesse bastare, come si diceva, rivolgersi al Capo dello Stato, che è il presidente di tutti gli Italiani, e dunque anche il loro. Presumevano, infatti, che il medesimo, e per la carica rivestita, e per l'età raggiunta, che di regola induce saggezza e fa guardare con occhio più sereno e distaccato le vicende vissute e le sventure della Patria comune, fosse al di sopra di certe passioni non consone alle funzioni di un Capo di Stato, e fosse il Presidente di tutti i cittadini, e non solo di quelli in sintonia col suo pensiero politico, anche se non con la sua specifica ideologia. Ma così non è stato, perché l'On. Napolitano, sebbene informato di tale situazione, e sebbene sollecitato più volte, anche dallo scrivente, a intervenire, come risulta dalla documentazione e dagli scritti difensivi prodotti, non ha mai mosso un dito per ristabilire, meglio dire, per stabilire, dopo decenni di odiosi soprusi, l'uguaglianza di tutti gli Italiani di fonte alla legge. Rivelando così, senza remora alcuna, che la sua passione di uomo di parte e il suo personale ideale politico, quello di comunista, prevalgono su ogni altra considerazione. Perfino su quella di osservare la costituzione, anche se, disinvoltamente, non perde occasione per appellarsi alla democrazia, e, di recente, anche alla morale, come se l'esercizio di entrambe tali virtù potesse essere facoltativo e relativo, e perciò privo di valore assoluto.

Tanto premesso, osserva l'istante che, dopo alcune richieste di informazione sulla condizione della procedura promossa, la Segreteria della Camera, il 24 settembre 2009 (doc. n.10), e quindi dopo più di un anno e mezzo dalla presentazione della denuncia, su disposizione del presidente della Camera, Fini, trasmise la seguente comunicazione, in forma sintetica e non integrale, mancando un testo scritto: "(omissis) ...si fa presente che l'esposto sopra citato è stato trasmesso al Comitato per i procedimenti d'accusa ai sensi dell'art. 5 della legge 5 giugno 1989 n. 219 e che, secondo quanto comunicato dal Presidente del Comitato medesimo al Presidente della Camera dei deputati, l’ufficio di presidenza del comitato stesso ha ritenuto all' unanimità di non ravvisare nell'esposto gli estremi di una notizia di reato. " (La sottolineatura è dell'esponente).
Che cosa era avvenuto? Che il Comitato presieduto dal Presidente del Senato, non soltanto aveva omesso di redigere la relazione prevista dall'art. 12, comma I°, Legge cost. 11 marzo 1953 n.1, e di depositarla a disposizione del Parlamento in seduta comune, attività che è conditio sine qua non perché la procedura possa muoversi, ma inoltre, usurpando in modo inammissibile i poteri del Parlamento in seduta comune e violando così le connesse garanzie formali e sostanziali del denunciante, e forse anche del denunciato, stabilite dalla legge, decise soltanto esso, col voto dei suoi componenti, con inammissibile disinvoltura che si è tradotta in autentico arbitrio, alla chetichella, fra amici, in famiglia, nel modo quasi clandestino sopra riprodotto in corsivo.
E intanto, dal 4 aprile-19 maggio 2008, data della denuncia e della conferma della medesima dopo l'insediamento del nuovo Parlamento, nulla è avvenuto, nonostante i solleciti del denunciante.
Si rileva, a questo punto, che nei confronti di coloro che adottarono il citato comportamento, è configurabile l'ipotesi del delitto di omissione di atti d'ufficio.(art.328 cod. pen.). Ma non solo, dato che il comma 3° del più volte citato articolo 12 legge 1953 n.1, consente di configurare, in situazioni del genere, la più grave ipotesi di concorso nel reato continuato e permanente di cui all'art. 90 della costituzione, ravvisabile nell' atteggiamento omissivo del Capo dello Stato, come più volte illustrato nei precedenti atti che si producono. Infatti, ove l'inerzia illegittima dei Componenti del Comitato Parlamentare per i procedimenti d'accusa dovesse perdurare, le conseguenze, anche procedurali, sarebbero gravi, imponendosi, infatti, la sostituzione di quanti si siano trovati coinvolti nell'omissione di atti dovuti, omissione per effetto della quale si è ritardata, meglio dire arrestata, oltre ogni limite di ammissibilità e di ragionevolezza, una grave e molto importante situazione di denunciata illegalità, che per la prima volta si sta verificando in Italia. Forse perché tutti, persone e mezzi di propaganda, consapevoli di non aver nulla da dire di fronte all'evidenza dell'accusa, ma, simultaneamente, perché convinti, con ostentata sicumera e spavaldo menefreghismo, della impunità del soggetto, chissà mai per quale misteriosa ragione, gratificato da inammissibile solidarietà illegittimamente attuata in un parlamento affollato da gente che non ci trova nulla di strano né di male che vengano perseguitati, da oltre sessant'anni, con leggi discriminatici e vessatorie, e con soprusi inauditi e impuniti, i loro connazionali di fede fascista.
E dunque, pur sembrando, salvo errore, che avanti a codesta Ecc.ma Corte costituzionale non si possa adottare una qualche impugnativa sul problema che qui si propone, non esistendo, nella previsione legislativa, un rimedio contro la illegittima, meglio dire illecita, inerzia del Comitato per i procedimenti d'accusa, forse per la inverosimiglianza e la inauditezza del fatto che il legislatore non avrebbe mai potuto prevedere, non essendo l'Italia, almeno fino ad allora, il 14 marzo 1953, una repubblica delle banane, pare opportuno, anzi doveroso, se è vero che siamo in uno Stato democratico, come si continua a sbandierare ai quattro venti, che la Corte medesima sia informata di quanto è avvenuto e sta avvenendo, nella speranza che giustizia si renda a tanti buoni Italiani, a tanti cittadini per bene, arbitrariamente privati di diritti inalienabili, di cui godono tutti gli altri loro connazionali, esplicitamente previsti e sanciti dagli artt. 3, 18, 21 e 49 della Carta costituzionale.
Ma se a rispondere a questa segnalazione dovesse essere soltanto il silenzio, quod Deus avertat, non resterebbe che disperare sul futuro di uno Stato come quello attuale.
Si producono fascicolo documenti e indice.
Brescia, 7 gennaio 2010
Salvatore Macca

documento 2°

Brescia, 27 novembre 2009

PROCEDURA DI MESSA IN STATO D'ACCUSA DEL CAPO DELLO STATO
ON GIORGIO NAPOLITANO

COMPARSA CONCLUSIONALE DEL DENUNCIANTE
Al sig. Presidente del Comitato per i procedimenti di accusa formato dai componenti della Giunta del Senato e da quelli della giunta della Camera.
Ai componenti del Comitato per i procedimenti d'accusa, formato dai componenti della Giunta del Senato e da quelli della Giunta della Camera
Al Presidente del Consiglio dei Ministri
Ai Capi gruppo del Senato e della Camera
Prego di prendere atto, come già rilevato con le precedenti difese, che con la comunicazione, sia pure sintetica e informale, a me spedita il 24.9.2009 dalla Segreteria Generale, riportata nel mio atto difensivo 27.9.2009, denominato reclamo, e nel successivo, e cioè la memoria difensiva di sollecito 3 novembre 2009, atti di cui raccomando, ai destinatari tutti, la rilettura, e coi quali contestavo la citata comunicazione, è agevole rilevare che il Comitato per i procedimenti d'accusa ha fornito la prova lui stesso di non avere osservato l'art. 8, comma 2°, legge cost. 5 giugno 1989 n.219, astenendosi illegittimamente dal redigere e dal presentare "al Parlamento in seduta comune la relazione prevista dall’art.12 della legge costituzionale 11 marzo 1953 n.1, come modificato dall'art.3 della legge costituzionale 16 gennaio 1989 n.1.".
Relazione che avrebbe finalmente dato il via alla procedura da me promossa il 4 aprile 2008, ancora "intonsa", per così dire, proprio perché l'illegittimo comportamento del Comitato ne ha arrestato il corso normale. Ma questo è niente, perché con tale atto illegittimo si è posta in essere anche I'usurpazione dei compiti e dei poteri del Parlamento che, esso soltanto, in seduta comune, a maggioranza assoluta e a scrutinio segreto, ha il potere e il diritto di decidere sulla istanza di messa in stato d'accusa. Con la inammissibile conseguenza che soltanto le poche persone componenti il Comitato, e non le 900 circa componenti il Parlamento, e con voto palese (unanime, e quindi "in famiglia". e quindi liberamente controllabile e controllato o addirittura concordato, dagli amici e dai nemici) e non a scrutinio segreto, come doveva essere, abbiano deciso, con un provvedimento contra legem, e perciò inesistente, di aver “ritenuto all'unanimità di non ravvisare nell'esposto gli estremi di una notizia di reato”.
Vale a dire, sostanzialmente, anche se non formalmente ed esplicitamente, di avere sciolto esse, l'accusato, da una imputazione assai grave, importante e rara, legittimamente formulata, nella più totale ortodossia legale e procedurale, da un cittadino italiano, avente il pieno diritto di farlo. Si è vista cosi una manciata di poche persone non autorizzate, arrogarsi il diritto, in un caso delicatissimo, di usurpare esse, con estrema, inammissibile leggerezza e disinvoltura, un potere, notate bene, del Parlamento in seduta comune a maggioranza assoluta e a scrutinio segreto e non palese. E' proprio vero che il Popolo italiano non fa che ricevere cattivi esempi, anche di pessima didattica educativa perfino ai bambini stranieri, da gente inopportunamente collocata ai vertici dello Stato! Non occorre chiedere perche il Comitato abbia agito così, essendo noto che tutti i personaggi al potere, oggi, per una sorta di riflesso condizionato quasi irresistibile per arcana e perversa suggestione, sono ormai tutti immancabilmente condizionati dalla pregiudiziale antifascista in qualsiasi questione di ogni giorno. Pregiudiziale che, da oltre 60 anni, ha invaso a macchia d'olio, imbrattandola di truce, stolta e sordida faziosità, la vita politica della nazione. E dunque, nessuno osa, anzi, nessuno ha il coraggio, che poi non ne occorrerebbe, di mostrarsi disponibile alla ipotesi di partecipare alla rimozione dell'accusato dalla nicchia dorata in cui si trova, nicchia prodiga di onori e di privilegi a lui conferiti per essere stato comunista e per esserlo ancora, per volontà dei comunisti, dei socialisti e non solo, nella succube compiacenza di chi aveva il dovere e il potere d'impedirlo. Rimozione peraltro solo eventuale all'esito dello scrutinio segreto, comunque basata sulle norme della Costituzione e non sull'arbitrio, nel rispetto, non solo dei suoi diritti, ma anche di quelli di quei cittadini che, come lo scrivente, già aviatore della Repubblica Sociale Italiana, si vedono malvagiamente e iniquamente privati di inalienabili diritti civili ed umani, di cui godono tutti gli altri Italiani, ma da cui sono esclusi solo quelli di fede fascista! Diritti riconosciuti a tutti, senza distinzioni di idee politiche e senza illegali discriminazioni, proprio dalla Carta costituzionale, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, creata, guarda caso, dagli antifascisti, stranamente migliori, ed è il colmo, di quelli odierni. Si noti che, paradossalmente, con le norme vessatorie e persecutrici di cui si chiede l'abrogazione, vengono colpiti non soltanto i superstiti delle feroci stragi antifasciste protrattesi per oltre tre anni dopo la fine del conflitto, ma anche gli appartenenti ad almeno tre generazioni successive! Come dire che condanne, divieti, discriminazioni, Inflitti agli sventurati fascisti (o presunti tali!) nei lontani anni del dopoguerra, dovrebbero spiegare all'infinito i loro effetti punitivi anche su gente estranea a fatti lontani nel tempo e nello spazio, colpevoli di nulla, dato, ma non concesso, che di colpe allora si fosse trattato. La immaginate, voi, una cosa simile, nell'ambito del diritto penale comune, se oggi i figli, i nipoti e i pronipoti di un imputato di un qualsiasi reato, anche il più grave, dovessero subire essi, ancora, concretamente, delle conseguenze per i reati commessi da remoti ed ignoti antenati? Cose che soltanto i comunisti, i socialisti e il più vieto ed ottuso antifascismo di tutte le tinte, riescono a concepire! E intanto l'On. Napolitano, sebbene informato e sollecitato, non muove un solo dito per far cessare, in sede parlamentare, le discriminazioni, dimostrando così di non volere l'unità nazionale, che proprio lui dovrebbe rappresentare (art.87, comma 1°, costituzione), e si permette ancora di discriminare ingiustamente e odiosamente una parte degli Italiani per le loro idee politiche, cosa che è nettamente in contrasto con gli articoli 3, 18, 21 e 49 della Carta. Ma, conoscendo il proprio carattere, e sapendo dunque che non sarebbe potuto essere un presidente con dei fascisti in parlamento, cosa che prima o poi dovrà avvenire e avverrà, gli piaccia o non gli piaccia, non avrebbe dovuto accettare la designazione. Col rischio, che si sta concretizzando, di danno al suo prestigio, alla sua attendibilità e alla sua immagine. Ma il fatto è che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca.
Tornando all'esame della vicenda in corso, si deve rilevare che i componenti del Comitato hanno trascurato la circostanza, importante, grave e rischiosa, di avere posto in essere, col loro comportamento, gli elementi costitutivi del delitto di omissione di atti d'ufficio. Anzi, più esattamente e peggio, di aver concorso, e di continuare a concorrere, con Napolitano, con le loro consapevoli omissioni e violazioni, nel reato permanente di attentato alla costituzione, di cui all'art. 90, comma I°, ipotesi seconda, Costituz., e 12, comma 3°, legge 11 marzo 1953 n. 1. Comportamento che, nel complesso del suo esplicarsi, potrebbe indurre a pensare, ragionevolmente e non arbitrariamente, che l'omissione abbia voluto esprimere solidarietà. all'imputato. Ma se cosi fosse, sarebbe inevitabile procedere alla sostituzione di tutte le persone, nessuna esclusa, coinvolte nell'operazione, consentendo così alla procedura, vanamente pendente da quasi due anni, di prendere il via con la formazione e il deposito della relazione (compito semplice. bastando produrre copia della denuncia e degli allegati con un breve commento).
Se non si rimedierà al più presto, cosa forse ancora possibile, ed anche assai facile, perché la comunicazione 24 settembre 2009 è inesistente giuridicamente, per essere contra legem, e per le ragioni ampiamente esposte nel mio reclamo del 27 settembre 2009 e nella memoria del 3 novembre successivo, allegati agli atti d'ufficio, si presenteranno gravi problemi, di merito, di procedura e forse anche istituzionali, con la necessità della sostituzione, con persone estranee alla vicenda, di tutti i componenti coinvolti nell'illecito. Per rimediare potrebbe forse bastare, intanto, ma subito, redigere la relazione e depositarla a disposizione del Parlamento in seduta comune per la decisione a scrutinio segreto. Non è superfluo rilevare che, consentendo, come doverosamente dovuto, che la procedura segua il suo corso naturale senza illecite forzature ed intralci deliberatamente attuati, si potrà scoprire anche quanti parlamentari, col voto segreto saggiamente imposto dalla legge, siano soddisfatti o meno di un presidente che non osserva il giuramento, prestato prima di assumere le funzioni, (art. 91 costituzione), che attenta alla costituzione, (art.90, comma 2°, ip.2^), che non rappresenta l'unità nazionale (art. 87 Costituz.), che si permette di discriminare i cittadini in base alle loro idee politiche, che impedisce, coi suoi atteggiamenti omissivi permanenti, a quelli di fede fascista, di fruire dei più elementari diritti, e dei privilegi di natura ideale e civile, sanciti dagli artt. 3, 18, 21, 49 della costituzione, che di proposito non si attiva per la rimozione di norme vessatorie, dalla XII disp. trans. della cost. alle leggi Scelba e simili. Senza con ciò escludere che il Parlamento in seduta comune possa non deliberare per la messa in stato d'accusa. Ipotesi a fronte della quale io non potrei adire la Corte Costituzionale, nemmeno per affidare al suo giudizio le questioni d'incostituzionalità qui poste delle leggi repressive ancora in vigore contro il Fascismo, dato che il Parlamento non è un organo giurisdizionale, onde le sue deliberazioni non possono essere impugnate avanti alla Corte Costituzionale.
Ma se il Comitato, dopo questa "comparsa conclusionale", dovesse restare ancora inerte, non esiterei a comunicare alla citata Corte, per conoscenza e informazione, l'illegittimo comportamento passato, o ora reiterato, dei componenti tutti del Comitato
P.Q.M.
Il denunciante Salvatore Macca conclude chiedendo che il Comitato per i procedimenti d'accusa, formato dal Presidente del Senato e dai componenti della Giunta del Senato e da quelli della Giunta della Camera, preso atto della giuridica inesistenza dell'atto privo di denominazione, senza data, non sottoscritto, privo dei nomi dei componenti, senza numero di protocollo, per così dire clandestino, portato a conoscenza del denunciante in modo informale e sintetico, con comunicazione spedita il 24 settembre 2009 dalla Segreteria Generale della Camera, voglia provvedere, sotto la direzione del Presidente del Senato, a redigere la relazione di cui all'art. 12, comma I°, legge 11 marzo 1953 n. 1, e a depositarla innanzi al Parlamento in seduta comune.
Con riserva, in caso di ulteriore inerzia, di segnalare la medesima per conoscenza e informazione, e, comunque, a tutti gli effetti, alla Corte Costituzionale, destinataria degli atti per l'eventuale giudizio.
Brescia, 27 novembre 2009
Salvatore Macca


documento 3°

COMPARSA INTEGRATIVA 9 FEBBRAIO 2010 DELLA CONCLUSIONALE 27
NOVEMBRE 2009 REDATTA DA SALVATORE MACCA
Al Presidente del Senato On. Renato Schifani
Al Presidente della Camera dei Deputati On. Gianfranco Fini
Al Senatore On. Marco Follini
E p.c.
Al Presidente della Corte costituzionale
Ho a suo tempo preso atto che il Segretario Generale del Senato, nella missiva 15 dicembre 2009, con firma illeggibile, redatta su carta intestata al suo ufficio, mi comunicava che gli atti giudiziari, impropriamente definiti "lettere", erano stati trasmessi "al Presidente del Comitato Senatore Marco Follini" che si è riservato d'informare l'Ufficio di presidenza del comitato medesimo "nella prima riunione utile". Ho motivo di presumere che la medesima, dopo circa due mesi, non sia ancora avvenuta.
Quanto mai opportuno, quindi, considero l'invio di questa memoria integrativa della comparsa conclusionale del 27 novembre 2009. Pende infatti avanti al Comitato parlamentare per i procedimenti d'accusa, presieduto, in questa legislatura, dal Presidente del Senato Senatore Renato Schifani (e non Marco Follini), una mia istanza 4 aprile-19 maggio 2008, di messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica On. Giorgio Napolitano per attentato alla Costituzione, a norma dell'art. 90 (art. 12 Legge costituzionale 11 marzo 1953 n. 1), con deliberazione che deve essere adottata dal Parlamento in seduta comune, a scrutinio segreto e a maggioranza assoluta, su relazione del citato Comitato, formato dai componenti della Giunta del Senato e dai componenti della Giunta della Camera dei deputati, presieduto dal Presidente della Giunta del Senato della Repubblica o dal Presidente della Giunta della Camera dei deputati, che si alternano per ciascuna legislatura". In questa legislatura quello del Senato.
Nel caso in questione l'istanza è sorretta da vari atti difensivi motivati da me redatti, ed è basata, oltre che sull'inerzia del Parlamento. che non ha mai messo all'ordine del giorno dei suoi lavori l'abrogazione della XII disposizione transitoria della costituzione, che vieta la ricostituzione del partito fascista, ed è la base di tutta la legislazione repressiva e persecutrice accumulatasi negli anni, e che per le sue caratteristiche di norma transitoria sarebbe dovuta durare due-tre anni, poco più poco meno, mentre invece dura da oltre sessantadue, anche sull'inerzia, ben peggiore, del Capo dello Stato che, sebbene più volte pregato, anche da me, non ha mai preso alcuna iniziativa sul delicato e importantissimo problema. Si noti che le norme repressive traggono dalla XII d.t. l'alibi per esistere all'infinito, e sono in conflitto clamoroso con ben quattro articoli della costituzione, e precisamente il 3, uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, il 18, diritto di libera associazione, il 21, diritto di libera manifestazione del pensiero, e il 49, diritto di libera associazione.
Senza qui ripetere motivazioni ed argomenti già svolti ed esistenti agli atti, mi limito a fare delle domande puramente retoriche, perché la risposta è già in esse, e dimostrano con chiarezza che se i giudici devono essere soggetti soltanto alla legge, i politici, nella realtà di ogni giorno, non devono, ma possono esserlo, solo se e quando loro piaccia.
1- Perché, dopo la presentazione della istanza di messa in stato d'accusa, che risale alle date 4 aprile-19 maggio 2008, e dunque a quasi due anni or sono, il Comitato parlamentare per i procedimenti d'accusa, (Componenti Giunta del Senato, Presidente Schifani Renato, e Componenti Giunta Camera, Presidente Fini) non ha ancora presentato al Parlamento in seduta comune la relazione prescritta dall'art.12 Legge cost. 11 marzo 1953 n.1, come modificata dalla Legge cost. 16.1.1989 n.1, in clamorosa violazione dell'art.8, co. 2, Legge cost. 5 giugno 1989 n.219?
Operazione facile da compiere, bastando allegare una breve lettera di accompagnamento alla denuncia, da compiere immediatamente, (e qui son passati quasi due anni), realizzandosi, in mancanza, gli elementi costitutivi, materiali e psicologici, del delitto continuato, meglio dire permanente, di attentato alla Costituzione, oltre al delitto, gravissimo per la natura del caso di specie, di omissione di atti d'ufficio.
Il Segretario Generale della Camera, rispondendo alla mia sollecitazione dell'8 settembre 2008, con cortese nota del successivo giorno 16, mi informava, fra l'altro, che "Il Presidente e l'Ufficio di Presidenza del Comitato in base alla regola dell'alternanza di cui all'art. 12, comma 2, della citata legge costituzionale, (nota: in questa legislatura) sono quelli della Giunta per le elezioni e le immunità del Senato della Repubblica.
Il documento da Lei inviato è stato trasmesso al predetto Comitato ai sensi dell'art. 5, comma 1, della legge 5 giugno 1989, n.219."
2-Perché il Presidente del Comitato parlamentare, e cioè il Presidente del Senato Schifani Renato, pur sapendo, o avendo l'obbligo di saperlo, che, senza tale relazione, il Parlamento in seduta comune non si sarebbe mai potuto riunire per la decisione a scrutinio segreto e a maggioranza assoluta, tanto che fino ad oggi non ha ancora provveduto, perché, si ripete, non ha presentato la relazione? La risposta la dà tutto il contesto, come si vedrà fra poco.
3-Non solo, ma perché il Presidente del Senato Schifani Renato, e tutti i componenti della sua Giunta, hanno permesso che il presidente della Camera Fini Gianfranco, e tutti i componenti della sua Giunta, con decisione orale. quasi clandestina e in famiglia, a me comunicata il 24.9.2009 su ordine verbale, non si comprende bene di chi, lungi dal dare il doveroso impulso alla procedura nell'unico modo possibile, e cioè con la presentazione della relazione, si sono permessi, non solo di omettere un atto dovuto, ma, usurpando i poteri del Parlamento in seduta comune, a scrutinio segreto e a maggioranza assoluta, di entrare addirittura nel merito, con modalità illegittime, anzi illecite, proclamando essi, indebitamente, non in segreto, che nei fatti denunciati non c'erano elementi di reato? Anche qui la risposta è nel contesto.
4-Dovendosi presumere che tutti i componenti del Comitato parlamentare per i procedimenti d'accusa conoscessero, avendone l'obbligo, la normativa che per legge erano chiamati ad applicare, il fatto che non l’abbiano applicata dimostra soltanto che non l'hanno voluta applicare. Perché? La risposta è una sola non essendocene altre. Per tentare di sottrarre il denunciato all'onta della procedura e alle sanzioni stabilite dalla legge. Si è detto “tentare” perché, a conti fatti, lo stesso interessato non fa nulla per nascondere il suo fermo proposito di non vedere i fascisti in Parlamento. Ma il capo dello Stato italiano, che rappresenta l'unità nazionale, (art. 87 Cost.), ed è il Presidente di tutti gli Italiani, e non solo di quelli che gli stanno simpatici, non si può permettere il lusso di queste discriminazioni. Si deve dimettere! Anche se, con le dimissioni, non sfuggirebbe al processo, cosi dimostrando, anzi, ammettendo lui stesso, sia pure in modo implicito ma per acta concludentia, e cioè per comportamento univoco, di avere adottato volontariamente il comportamento che realizza gli elementi costitutivi del delitto permanente di attentato alla Costituzione. Si direbbe perfino che abbia fatto tutto il possibile per dimostrare, non solo la propria coerenza politica, ma anche la sua tenace avversione e l'odio eterno al fascismo, palesando cosi anche il timore, anzi, la certezza, che un fascismo operante alla luce del sole, senza la spada di Damocle della persecuzione giudiziaria, diverrebbe certamente un pericoloso concorrente elettorale. Ciò spiega pure il motivo per cui, sebbene sia stato costantemente informato, anche da me, ancor prima della presentazione dell'istanza di messa in stato d'accusa, non abbia preso alcuna iniziativa "morbida" per la soluzione del problema, anche a costo di porsi contro la legge (la Costituzione), che coi suoi articoli 3, 18, 21 e 49 vuole che tutti i cittadini, e quindi anche quelli di fede fascista, odiati da Giorgio Napolitano, possano godere dei privilegi da essi articoli offerti. Ciò prova in modo lampante che il Presidente ha commesso il delitto continuato, anzi, permanente, di attentato alla costituzione, previsto dall'art. 90 di essa, e punito dall'art. 15 citata Legge costituz. 11 marzo 1953 n.1, con condanna pronunciata, se riconosciuto colpevole, cosa inevitabile, dalla Corte costituzionale.
5-Ma il fatto è che, così agendo, ha creato grossi problemi ai componenti del Comitato parlamentare che, per aiutarlo, hanno volontariamente scelto comportamenti illeciti, rendendosi suoi correi nel delitto di attentato alla costituzione, come sancito dal comma 3 dell'art.12 Legge costituzionale 11 marzo 1953 n.1, nonché di omissione continuata di atti d'ufficio. Solo così si spiega la pantomima rivelata nella comunicazione della Segreteria Generale della Camera dei deputati del 24 settembre 2009, in cui mi si informa che "…secondo quanto comunicato dal Presidente del Comitato ...al Presidente della Camera dei deputati (nota mia: e perché non a quello del Senato Schifani, allora competente per la legislatura in corso in forza dell'alternanza ?) l'Ufficio di presidenza del Comitato stesso ha ritenuto all'unanimità di non ravvisare nell'esposto gli estremi di una notizia di reato”, affermazione vigorosamente contestata da me nel RECLAMO del 27 settembre 2009, in cui ho dimostrato il contrario, formulando io stesso un ampio ed esauriente capo d'imputazione.
Quanto sopra enunciato fa apparire inverosimile che i componenti del Comitato si rivelassero e agissero consapevolmente, e non per il fine di cui alla domanda n.4, così da sprovveduti da non vedere ciò che è sotto gli occhi di tutti, giungendo perfino ad usurpare i poteri di competenza del Parlamento in seduta comune, a scrutinio segreto e a maggioranza assoluta.
Ma se la comprensione umana verso il Presidente da parte dei membri del Comitato si può anche capire, non si può invece capire il fatto che qualche milione d'Italiani di fede fascista debba vedersi capricciosamente espropriare, per una inammissibile impuntatura quasi infantile, frutto di piccolo fanatismo politico, della possibilità di esercitare un legittimo e sacrosanto diritto sancito dalla Costituzione.
Tenuto fermo che Deus amentat quos perdere vult, Dio soglie il senno a coloro che vuole rovinare, invito i componenti del Comitato parlamentare per i procedimenti d'accusa a fare il loro dovere, presentando immediatamente la relazione perché la procedura possa finalmente fare il suo corso, dopo circa due anni di incredibile, inammissibile, illecita e volontaria inerzia di chi aveva il dovere di provvedere. Cosa che, forse, potrebbe salvarli da una imputazione, in correità col Presidente Napolitano, per i crimini configurati e configurabili nei suoi confronti, e per quello di omissione permanente continuata di atti d'ufficio.
Brescia, 9 febbraio 2010
Salvatore Macca
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mercoledì 3 marzo 2010

L'ora della scelta democratica

A Roma, Milano, Napoli, Bologna, Firenze, Bari, Reggio Calabria, Palermo, ecc., tutta l’Italia è percorsa da inchieste giudiziarie che ci parlano di corruzione, concussione, tangenti, mafia, mega evasioni fiscali e quant’altro. Politici, imprenditori, magistrati, mafiosi e affaristi vari, insomma tutto il fior fiore della italica “classe dirigente”, vengono quotidianamente sorpresi a sbranare quel poco che ancora resta in piedi della nostra Italia. Ragionevolmente ciò che si scopre è solo la punta di un iceberg le cui dimensioni nessuno riesce ad immaginare e che molti vorrebbero evitare di portare alla luce.
E intanto il conflitto tra le istituzioni dello Stato, da una parte la magistratura e dall'altra il governo e il maggiore partito, è arrivato al parossismo.

Si è creduto a lungo che dopo la “tangentopoli” di quasi vent’anni fa, con le gesta del Di Pietro prima magistrato e poi politico opportunista, si sarebbe tornati ad un livello più alto di moralità ma così non è stato, anzi i fenomeni corruttivi sono divenuti una prassi consolidata ed il sodalizio politico-mafioso-affaristico una realtà diffusa. Il risultato è che oggi l’Italia è ai primi posti al mondo per la corruzione, al pari delle più disgraziate nazioni africane o sudamericane, dove per un funzionario statale, farsi corrompere con una piccola somma di denaro, può significare sottrarre la propria famiglia agli stenti della miseria, almeno per un po'. In Italia lo si fa per altri motivi, lo si fa per sete di potere e di denaro. Soprattutto lo si fa per egoismo e disprezzo verso Dio, verso la Patria e perfino verso la propria famiglia.

Come si sia potuto giungere a tanto, è ora di poca importanza. Ciò che è assolutamente prioritario per il nostro bene è che tutto questo finisca il prima possibile.

Il prossimo 28-29 Marzo si voterà per le amministrative, come se niente fosse. Come se niente fosse verranno a chiederci di votare, di “esprimerci democraticamente”, di rinnovare per l’ennesima volta la licenza di fare di noi ciò che vogliono....
E’ ora ormai di renderci conto che chi si recherà al voto sarà a tutti gli effetti complice di questa casta criminale.
Quando, tra pochi anni, i nostri figli ci chiameranno alla sbarra degli imputati, qualche novello “giudice Di Pietro” ci ricorderà -a piena ragione- che non potevamo non sapere e che non abbiamo fatto nulla per fermarli. Sarà per tutti noi una condanna senza appello. Finchè siamo in tempo, dobbiamo evitare che arrivi quel giorno.

Un tempo non molto lontano, fino a meno di 100 anni fa, il popolo oppresso da governanti corrotti e prepotenti faceva la rivoluzione per liberarsi di loro e cambiare sistema. Ma oggi i vincoli che tengono legati i cittadini al sistema sono troppi. Quasi tutti abbiamo un conticino in banca, molti hanno una attività lavorativa che sta in piedi se regge il sistema, qualcuno ha investimenti nella borsa azionaria, insomma quasi tutti noi abbiamo validi motivi per non desiderare una rivoluzione vera, per non perdere quel poco che abbiamo.
Oltretutto la ribellione violenta non è una opzione che il popolo può prendere in considerazione per risolvere questo genere di problema, non solo perché ogni persona assennata si suppone che rifiuti la violenza come metodo di lotta ma perché nessuno è in grado di prevederne tutte le conseguenze. Lasciamo che la violenza resti appannaggio di chi l'ha sempre utilizzata per imporsi, magari attribuendola ai propri nemici, e che ancora tenta di farne uso alla prima occasione buona. Mi riferisco agli anarchici bombaroli e a certe frange della sinistra estrema.

Noi invece abbiamo bisogno di risolvere il problema della criminalità politica e partitica con metodo democratico.
Mi viene in mente che a volte capita di leggere su qualche muro delle nostre città una frase scritta con lo spray e che reputo sacrosanta: “Il Popolo non vota, lotta!”. Rifletteteci, non esiste un pensiero più democratico di questo.

E’ giunto il momento che il popolo lotti per liberarsi degli oppressori. Per far questo deve fare la scelta più democraticamente alta che le resta: rifiutarsi di votare! Questa si che sarebbe una scelta finalmente democratica e libera.
Abbiamo passato decenni a sentirci ripetere che siamo in democrazia, come se fosse il migliore dei mondi possibile, e che la criminalità delle caste, come la mafia e i terremoti, è una specie di inevitabile effetto collaterale da sopportare.
Votare è un diritto ed un dovere, ce lo ricordano sempre, tanto per scoraggiare i dubbiosi. Però non è un obbligo, questo è certo.

Nuove elezioni sono ora imminenti, l’occasione è quella buona, facciamo sentire che il popolo non ne può più, questa volta asteniamoci tutti!

Quando nei prossimi giorni qualcuno sarà anche così sfacciato da venire a bussare alla nostra porta per chiederci il voto, sputiamogli pure in faccia; se in cambio del voto ci prometteranno il posto di lavoro per nostro figlio, abbiamo il coraggio di farla noi una promessa: che saranno loro a perdere la poltroncina in pelle umana tanto agognata e che i nostri figli potranno lavorare liberamente non appena ci saremo sbarazzati (democraticamente) della loro presenza.
Ve la immaginate la faccia di tutti quei tromboni parassiti qualora dovessero ritrovarsi senza schede nelle urne, eccetto quelle di qualche parente e amico stretto?
Un brivido freddo ghiaccerebbe loro la schiena, accompagnato da un brutto presentimento: “Mio Dio…la cuccagna è finita!”

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lunedì 15 febbraio 2010

Se questo è giornalismo

Ieri si commemorava a Dresda il criminale bombardamento effettuato dagli Alleati nel 1945 a guerra ormai conclusa, con i russi che si avvicinavano a Berlino.
Dresda era una bellissima città artistica tedesca sita in una zona completamente priva di installazioni militari o centri produttivi bellici di una qualche importanza, tanto che in essa si erano rifugiati decine di migliaia di profughi tedeschi provenienti da altre zone meno fortunate.
Ciò nonostante e con la Germania ormai battuta, americani e inglesi decisero di bombardarla massicciamente a più riprese. Già questo sarebbe stato abbastanza per perseguire Churchill e Roosevelt per crimini di guerra ma i due "paladini" della libertà non si limitarono a bombardare una città indifesa di soli civili, pensarono bene di utilizzare una nuova arma, le antesignane delle attuali bombe incendiarie al fosforo o napalm. Dresda bruciò completamente per giorni, i civili che cercavano di uscire dai rifugi, non sentendo più le bombe, evaporavano all'istante, a causa delle migliaia di gradi centigradi che avvolgevano l'aria. Morirono, si dice ma in realtà nessuno lo sa, circa ventimila persone inermi.
Perchè fu fatto questo?
Cinismo e disumanità a parte, ciò che spinse gli Alleati a compiere questo atto criminale, come tanti altri, fu dettato dalla esigenza di far pesare davanti ai sovietici il proprio contributo alla sconfitta della Germania, potendo legittimamente richiedere una parte del bottino e partecipare alla spartizione della nazione sconfitta.

Potete avere ascoltato tutti i tg trasmessi in questi giorni ma nessuno si è azzardato a ricordare le circostanze storiche di quell'avvenimento, si è solo fatto riferimento ad un bombardamento degli Alleati sulla città tedesca. Si è invece molto rimarcato il fatto che vi siano stati a commemorare quell'evento diversi cortei di persone, bollate come neonazisti.

Il massimo della ignobiltà, non parliamo della professionalità, è stata toccata, da quanto mi è capitato di ascoltare, dal TG5 delle ore 13,00 di ieri domenica 14 febbraio.
La edicolante mezzo busto Paola Rivetta ha infatti, a proposito dell'argomento, detto, virgola più virgola meno: " ...oggi a Dresda una manifestazione antifascista ha sfilato in opposizione ai cortei dei neonazisti...". A queste parole mi è letteralmente andato il boccone di traverso!

Ammesso che i cortei fossero organizzati da neonazisti, che cavolo centra la contro manifestazione antifascista? Semmai poteva essere antinazista!
Che non si perda occasione di inventarsi qualcosa dove poter inserire la parola "antifascismo" e derivati vari, questo già lo si sapeva ma non si era mai arrivato a tanto.

Se questo è giornalismo...

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