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Dio - Patria - Famiglia

"Quello che abbiamo fatto in vent'anni è consegnato alla storia: è consegnato alle pietre e più ancora agli spiriti. Nessuna forza umana riuscirà a cancellare quella che è la documentazione della nostra indomabile volontà di creazione e di ricostruzione" Benito Mussolini



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Gravi ingiustizie sono all'ordine del giorno ed è impossibile, nel corso del tempo, conservarne la coscienza e la memoria. In questo spazio mi propongo di archiviare tutte le notizie che riportano i crimini compiuti dal nostro sistema democratico, garantista e liberale a danno della gente onesta e a tutto favore di assassini e delinquenti di ogni risma. Così, tanto per riflettere...
-Storie di ordinaria ingiustizia nel "favoloso" sistema demo-liberale-
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giovedì 29 ottobre 2009

Manifesto della Vera Eresia: "CREDERE! - OBBEDIRE! - COMBATTERE!"




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mercoledì 28 ottobre 2009

LXXXVII Anniversario della Marcia su Roma



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domenica 18 ottobre 2009

Quando la mafia fu sconfitta

Quanti italiani oggi sanno che la mafia fu completamente debellata durante il fascismo? Quanti sanno che per ottenere questo risultato furono sufficienti solo alcuni anni e che bastarono solo due uomini, un capo di governo ed un prefetto? E quanti sanno che la mafia ritornò sbarcando con gli americani invasori nel 1943 per non andare mai più via e che moltissimi mafiosi nel dopoguerra furono addirittura riconosciuti vittime delle persecuzioni fasciste? Per decenni la figura di Cesare Mori e della sua opera è stata, ed è ancora oggi, volutamente ignorata dalla storiografia ufficiale ed il motivo è ovvio: come poter spiegare alla gente che il fascismo sconfisse la mafia, senza ammettere al contempo la non volontà dello stato attuale di conseguire lo stesso risultato? Quella del prefetto Cesare Mori, della sua vittoria sulla mafia e del suo rapporto con il Duce ed il fascismo è, a mio parere, una delle vicende più emblematiche di tutto il “ventennio”. Oserei dire che in essa si trova condensato molto dello spirito del fascismo, dello stesso Mussolini e dei suoi uomini migliori.

Ci sarebbe moltissimo da dire ma è almeno necessario fare riferimento ad alcuni punti di fondamentale importanza.

Cesare Mori, già prefetto di Bologna durante l’ultimo governo demo-liberale, fu l’unico prefetto d’Italia che, durante gli scontri tra fascisti e comunisti avvenuti dal biennio rosso fino al 1922, usò il pugno di ferro per sopprimere le violenze da ambo le parti, con il risulato di farsi odiare tanto dai fascisti quanto dai comunisti. Non era quindi un simpatizzante fascista, era solo uno strenuo difensore dell’ordine e dell’autorità statale. ...

Quando Mussolini, neo capo del governo, dovette scegliere chi mandare in Sicilia per scatenare la guerra alla mafia, in disaccordo con chi gli ricordava che Cesare Mori era un nemico dei fascisti, egli scelse proprio l’ex prefetto di Bologna, l’unico che aveva osato contrastare l’avanzata dei fascisti ma, soprattutto, l’unico che aveva dimostrato di saper compiere il proprio dovere di uomo dello Stato. Quest’ultimo aspetto era infatti il solo che contasse per Mussolini.

Altre volte Cesare Mori era stato mandato in Sicilia dai governi precedenti a “combattere” la mafia, ma ogni volta che era arrivato al punto di cominciare a sferrare i colpi più duri ed andare oltre la lotta ai semplici briganti, era sempre stato richiamato indietro. Mussolini invece fu chiaro con il nuovo prefetto di Palermo sin dall’inizio: gli conferì ogni potere, mettendogli a disposizione tutti gli uomini ed i mezzi necessari e, soprattutto, gli ordinò di non avere riguardi per nessuno, tanto in basso quanto in alto, e, se si fosse reso necessario disporre di nuove leggi, il governo se ne sarebbe fatto carico. Così fu e il “prefetto di ferro” maturò la convinzione che per la prima volta aveva un governo ed uno Stato che volevano lottare al suo fianco. Cesare Mori divenne un fascista convinto e ben presto si trovò a dover lottare contro altri fascisti molto potenti, ma sempre con l’appoggio del Duce.


Mori arrivò a colpire i vertici della mafia, sempre sostenuto da Mussolini, il quale gli affiancò il grande procuratore Gianpietro, mentre ogni giorno sul tavolo del Duce giungevano montagne di lettere ed appelli da parte di anonimi “onesti” siciliani, dai fascisti dell’isola e da tanti personaggi influenti, volti a denigrare e accusare di antifascismo il prefetto di Trapani, poi trasferito a Palermo, e delegittimarne in ogni modo l’opera repressiva. Ma Mussolini, intuendo la portata di quanto accadeva in Sicilia, ignorò sempre gli attacchi sferrati al prefetto; ben presto però, ed inevitabilmente Mori arrivò a colpire i referenti politici dei mafiosi, ormai infiltratisi all’interno della organizzazione politica fascista. Le conseguenze per il fascismo isolano non tardarono e furono devastanti. Il 27 gennaio 1927, sui muri di Palermo apparve un manifesto recitante:
* “La Direzione del Partito Nazionale Fascista dispone:

1. il Fascio di Palermo è sciolto.

2. Esso sarà ricostituito secondo le direttive della Direzione Nazionale.

3. La consegna degli uffici e dei carteggi verrà presa dai signori: Ten. Col. Ugo Parodi-Giazino(due medaglie d’argento al V.M.); Ten Ignazio Paternò di Spedalotto (due croci al merito); Cap Concetto Sgarlata(mutilato di guerra e medaglia d’argento).

Durante il periodo di scioglimento, questi ultimi provvederanno alla normale esplicazione della attività di segreteria.

(F.to A. Galeazzi, ispettore del PNF in Sicilia)”.
Poco dopo ordinò l’arresto, sotto una montagna di gravi accuse, nientemeno che del segretario del fascio siciliano, il “ducino” come veniva chiamato, Alfredo Cucco. Il colpo fu durissimo e la “bestia mafiosa” cominciò ad emanare gli ultimi disperati guaiti. Intanto Mori si preparò a mirare ancora più in alto, arrivando a colpire poco più tardi l’eroe di guerra pluridecorato, ex ministro della guerra, deputato e comandante del Corpo d’Armata di Palermo, con sede nello stesso Palazzo dei Normanni dove risiedeva anche il prefetto, il Generale Antonino Di Giorgio.

Dopo l’arresto di Alfredo Cucco e l’intensificarsi delle proteste provenenti dalla Sicilia, il prefettissimo, temendo di non essere più appoggiato, chiese udienza al Duce per esprimergli i suoi timori. In quella occasione, Mussolini gli replicò per l’ennesima volta che godeva del sostegno assoluto del governo e che non doveva preoccuparsi della “vicenda Cucco” e delle sue conseguenze politiche. Il Duce, però, aveva ormai compreso, grazie alla guerra di Cesare Mori, quale fosse la reale portata della mafia; essa era ovunque ed i suoi tentacoli si erano espansi in tutti i settori della Nazione, fino ad arrivare agli scranni del Parlamento e finanche, probabilmente, all’uscio della Sala del Mappamondo a Palazzo Venezia. La mafia ormai era in ginocchio e la sua attività era azzerata, ora i casi erano due: spingere il Prefetto di Palermo ad arrestare mezza Italia, sulla base delle ricostruzioni investigative relative al passato, oppure, visto che la mafia era stata schiacciata, avviare una ricostruzione morale e materiale della Sicilia, confidando nei benefici dell’opera di fascistizzazione nazionale, ormai avviata. Il Duce scelse saggiamente la seconda opzione.
Pochi giorni dopo quell’incontro, così Mussolini scrisse a Cesare Mori:
* Roma, 30 marzo 1928, anno VI

“Signor Prefetto, Faccio seguito colla presente al nostro recente colloquio.

Le confermo cioè le direttive assegnatele per la sua ulteriore attività. E cioè:

Disinteressarsi delle vicende Cucco e accoliti, perché l’individuo non ha importanza, né bisogna dargliene facendolo assurgere al ruolo di vittima.

Provvedere alla liquidazione giudiziaria della mafia nel più breve tempo possibile e limitare l’azione di ordine retrospettivo. Punire implacabilmente ogni nuovo delitto.

Vigilare sulla eventuale formazione di nuovi nuclei mafiosi. Soccorrere le famiglie incolpevoli, specie i bambini.

Propormi un piano per le erezioni di caserme campestri stabili dell’Arma nelle quattro provincie occidentali della Sicilia.

L’opera è a buon punto e deve essere ultimata.

V.E. la compirà.”


Mussolini
In conclusione: allora la mafia non era molto diversa da oggi, almeno dal punto di vista dei propositi criminali, della infiltrazione e collegamento con gli apparati di potere e dal punto di vista della assoluta pericolosità per la normale vita della Nazione. Senz’altro diversi erano, rispetto al presente, i mezzi adottati e le strategie. Come fu dunque possibile annientare la mafia, in un momento in cui si sapeva anche ben poco sulla sua natura e diffusione, rispetto a quanto sappiamo oggi? Le condizioni che resero possibile quell’impresa nel breve giro di qualche anno sono poche ma ben precise:

- Prima di tutto un nuovo regime, quello fascista, assolutamente determinato ad affermare una serie di princìpi volti alla rinascita della Nazione e del popolo italiano, senza possibilità di scendere a patti con qualsiasi potere che agisse al di fuori della autorità dello Stato e alle spalle del popolo. La presenza della mafia, insomma, si poneva di fronte al fascismo come una diretta sfida al principio di sovranità dello Stato, oltre che alla mera lotta alla criminalità organizzata. E La sfida venne colta e vinta senza tentennamenti.

- Un capo, il Duce del fascismo, contemporaneamente ideatore e garante diretto della rivoluzione, fu la volontà politica fatta persona, che volle a tutti i costi vincere quella battaglia, come tante altre che si susseguirono durante il ventennio.

- Un uomo, servitore onesto ed incorruttibile dello Stato, qualunque esso fosse, il prefetto Cesare Mori. Forse un uomo uguale a tanti funzionari dello Stato di oggi ma che allora, dopo aver conosciuto le cattive volontà di uno sistema demo-liberale non dissimile dall’attuale, commisto con la mafia e gli altri poteri forti, ebbe poi la possibilità di sperimentare un opposto modo di governare e risolvere i problemi, un radicale cambiamento di mentalità, una nuova ferrea ed intransigente volontà politica, come l’Italia non aveva mai conosciuto prima. Questi elementi ci permettono di comprendere perché allora la guerra alla mafia fu vinta per la prima ed unica volta e perché oggi non sia possibile ottenere lo stesso risultato.
*Quello che pensava Cesare Mori della mafia, parole valide ancora oggi:
“La mafia si protesta sempre per il Governo. E si fa forte di questo per assumere, appena colpita, la veste di perseguitata… preferibilmente politica.”

“La mafia è una vecchia puttana che ama strofinarsi cerimonialmente alle Autorità per adularle, circuirle e… incastrarle.”

“La mafia non carezzata dall’Autorità, anzi bersagliata da essa, è simile a una pianta priva di luce: si intristisce e muore.”
( *tratto da: "Il prefetto di ferro" di Arrigo Petacco)

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giovedì 24 settembre 2009

Contro l'unità dell'Area

http://www.ilduce.net , uno dei siti più qualificati per conoscere il fascismo e la figura di Benito Mussolini; al suo interno un forum che, se la logica non fa eccezioni, dovrebbe essere uno dei luoghi di discussione privilegiato dai fascisti, quelli veri.

Come sempre più spesso accade, invece, la logica continua a fare sempre più spesso eccezioni, e questo anche nel caso del suddetto forum.

Ogni tanto lo visitavo, nella speranza di leggere disquisizioni in tema di fascismo, di carpire, se proprio ero fortunato, perle di saggezza ed insegnamenti dottrinali a me sconosciuti, ma anche di apprendere di iniziative ed attività politiche interessanti.

Questo forum è frequentato, infatti, da una folta schiera di sedicenti seguaci del littorio, molti con anni, se non decenni, di conoscenza in materia ed, in molti casi, anche esperienze dirette in attività associative o politiche.

Beninteso che alcuni di questi personaggi (con “alcuni” intendo non più di un paio) sono realmente ciò che sembrano, ma la restante parte, devo ammetterlo, non riesco a proprio a classificarla. Come poterli definire al meglio? Disorientati mentali? Nevrotici dalla doppia personalità? O, più semplicemente, traditori?
...

Il tema più dibattuto in questo forum, nel settore dedicato alla politica ovviamente, è sempre il solito, ricorrente, assillante dilemma della unità dell’”area”.

Gl stessi forumisti che il giorno prima fanno a gara per esaltare le figura del Duce e le conquiste del fascismo nel famoso “ventennio”, il giorno dopo parlano di accordi possibili, sfumati, avviati e poi morti, tra i principali soggetti politici che affollano l’area, nel nome dei valori della destra in senso generico, dove sarebbero confluiti, secondo loro, le vecchie istanze del fascismo, e la conseguente necessità di doversi sbarazzare del peso morto di quei pochi nostalgici che, sempre secondo loro, ancora non avrebbero capito che il fascismo, in quanto tale, è stato consegnato alla storia e ora bisognerebbe guardare al futuro.

A parte l’ovvia constatazione che, tutto ciò che è accaduto da ieri in dietro, è stato consegnato alla storia, questa marmaglia fuori quota di finti intellettuali non comprende che il fascismo è un completo sistema di pensiero, prassi e vita, la cui validità, benchè ancorata al divenire della storia e della esperienza umana, non ha limiti né di tempo, né di spazio; il fascismo non è religione solo perché al suo vertice non vi è Dio ma una Idea.

Proseguendo nel parallelismo, non nel confronto blasfemo, tra fascismo e religione, come un cattolico di oggi non si sognerebbe minimamente di mettere in dubbio l’insegnamento di Gesù, vecchio di oltre 2.000 anni, sol perché la sua venuta in terra è stata consegnata alla storia, così un fascista di oggi non può ripudiare quell’idea che per venti anni ha dimostrato al mondo intero tutta la sua grandezza, solo perché i suoi nemici 70 anni fa hanno prevalso in guerra e, da allora, continuano ad opporsi al suo ritorno.

Dicevo, un tema ricorrente, quello della unità dell’area; infatti qualche giorno fa è apparso in quel forum lo scritto di un utente, sotto forma di lettera aperta al segretario di FT Luca Romagnoli.

Forse, prima di entrare nel merito di questa “lettera aperta”, è meglio premettere che ovviamente io sono per la libertà di opinione di chiunque e che non è mia intenzione criticarne il contenuto, anche se non lo condivido affatto, ma porre l’attenzione sul fatto che tale scritto, anziché essere opera di un qualunque simpatizzante o militante di destra (se i nomi hanno ancora un significato) è opera invece di una persona che, come minimo, vive in un imbarazzante stato di confusione di idee, dato che si definisce “camerata”, perfino nel suo nickname, e scrive invece come un classico antifascista di destra.

Riporto il link allo scritto incriminato "Lettera aperta a Romagnoli sul futuro della destra" (http://www.benitomussoliniforum.com/viewtopic.php?f=29&t=597 ), per chi volesse leggerlo, perché mi guardo bene dall’insozzare questo luogo riportandolo direttamente qui.

In poche parole, il senso è chiaro, il “camerata” autore si appella a Luca Romagnoli affinchè trovi il modo di riunire l’area in un unico movimento che rappresenti la destra italiana, riprendendo il tentativo, di cui rivendica la validità, già fatto dal defunto MSI quando si alleò con la Destra Nazionale, proseguendo poi con la nascita del progetto di AN.

In sostanza trattasi di una chiara istigazione al tradimento più completo, ammeso che, all’interno dell’area, questo debba ancora compiersi pienamente.

Infatti il “camerata” dimentica che, obbiettivamente, il MSI altro non fu che il prosieguo del tradimento del 25 luglio 1943 e che la confluenza di DN altro non è stata che la consegna definitiva al controllo borghese anticomunista e reazionario e una resa senza condizioni all’antifascismo. Su ciò che è stato poi AN e dove ha condotto, credo non ci sia bisogno di spendere una minima parola.

Se Romagnoli potrà mai dare peso a questo delirio in prosa, è cosa che non mi sarà mai dato sapere; una cosa è comunque evidente, cioè che il suo autore ritenga ciò molto probabile, oltre che auspicabile.

Un merito però va riconosciuto a simili individui come il “camerata” in questione e quanti, suoi simili, gli hanno pure risposto, senza mandarlo a fanculo: finalmente, con le loro esternazioni, chiariscono molte cose che a prima vista hanno sempre fatto fatica a quadrare; ora è chiaro che la ormai oscena questione della unità dell’area debba essere archiviata per sempre e non perché, come a tanti sembra, le dirigenze dei vari movimenti si mostrano sorde a questa importante esigenza ma, piuttosto, perché l’obiettivo di quanti la invocano un giorno si e l’altro pure, sarebbe in realtà una unità in chiave antifascista.

In questo caso la priorità per i veri fascisti sembra dunque diventare un’altra: tracciare un solco profondo tutto intorno e tenere a debita distanza tutti i traditori, consapevoli o meno che siano.

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sabato 19 settembre 2009

Sono e resterò razzista

So che ci sono uomini e donne che in qualche modo sono giunti in Italia da nazioni straniere e so che, quando sono arrivati, hanno baciato e benedetto il suolo nuovo; so che hanno sempre amato e rispettato chi li ha accolti; so che hanno fatto enormi sacrifici, conducendo una vita difficile prima di trovare un lavoro soddisfacente, vivendo con onestà; so che hanno dovuto modificare usi e costumi per adattarsi, ma lo hanno fatto con piacere e con la speranza di farsi accettare in terra straniera; so che questi uomini e donne, con i propri figli, oggi si sentono italiani e si comportano da italiani, molto meglio di tanti italiani di nascita.

Questi uomini e donne, ovunque siano nati, oggi sono miei fratelli!

La razza umana è l'unica. Chi, nelle propria vita, dimostra di possedere umana dignità e senso della Giustizia, allora appartiene a questa razza, diversamente ne è fuori e merita ogni tipo di discriminazione.

Chi (o cosa), qualche giorno fa ha ucciso la figlia a coltellate, perchè aveva una relazione sentimentale con un italiano, non è un marocchino, è un disumano.

Costui è solo l'ultimo di innumerevoli disumani che, approfittando della cieca compassione del nostro popolo, è giunto un giorno nella nostra nazione con la propria famiglia, ha trovato occupazione e vi si è stabilito; ma non lo ha fatto con amore e gratitudine bensì con profondo odio e disprezzo, dal primo giorno, limitando la propria finta integrazione a tutto ciò che si rendesse indispensabile per poter sfruttare la benevolenza di chi lo ha accolto e di chi gli ha dato un lavoro, affrancandolo dalla vita da cane miserabile che aveva lasciato nel proprio paese d'origine.

Non avendo seguito l'esempio di molti suoi colleghi "disumani", che spediscono le figlie indietro per sottoporle ad una educazione "tradizionale" e quindi sottrarle alla disprezzata "vita alla occidentale", ha dovuto subire la vergogna di vedere la figlia maggiore Sanaa, da musulmana, allacciare una relazione con un infedele cristiano e, per giunta, italiano.

Per questo, in oltraggio ad ogni legge umana e divina, comprese quelle della propria religione, ha deciso di uccidere la figlia e l'infedele con cui si relazionava.

A prova di quanto il "disumano" in questione sia lontano dalla nostra razza, come ha testimoniato il fidanzato della ragazza uccisa, salvo per miracolo, l'intento premeditato dell'assassino era chiaramente quello di decapitare la figlia, riuscendo però "solo" a sgozzarla, ma tanto è bastato perchè la ragazza morisse dissanguata.

Non solo il "disumano" non è pentito di quanto ha fatto ma ha già incassato il perdono dei familiari, moglie in testa, a dimostrazione del fatto che tutta la famiglia è composta da potenziali assassini e, considerando che vi sono altre figlie più piccole, il rischio che queste facciano la stessa fine della sorella, qualora tentino di umanizzarsi, è altissimo.

Se la dignità umana avesse un senso e vi fosse un senso della giustizia presso i nostri governanti, tutta la famiglia dell'assassino verrebbe presa, ingabbiata, e rispedita nella sua terra di origine, dove, con ogni probabilità, troverebbe maggiore comprensione e "disumana" solidarietà.

Invece gli indegni sono parte integrante della nostra classe politica e delle nostre istituzioni. Come sappiamo, fra costoro c'è addirittura chi vorrebbe elargire la cittadinanza italiana ed il diritto di voto ad ogni straniero, con la stessa facilità con cui si distribuiscono i volantini pubblicitari, senza preoccuparsi di verificare se i beneficiari posseggono i requisiti morali ed etici per entrare a far parte del popolo italiano.

Morale? Etica? Ma se non siamo neanche in grado di distinguere un essere umano!

La mia razza è la razza umana ed io sono e resterò sempre razzista!

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sabato 12 settembre 2009

Ezra Pound aveva ragione...

Ezra Pound ("La mia verità"): " Nel 1929 circa ho rilasciato un’ intervista a Francesco Monotti del giornale «Lavoro Fascista». In quest’ intervista ho detto che l’ Inghilterra era morta e lasciava i cadaveri in strada; che la Francia era morta ma aveva avuto la decenza di seppellire i morti; che l’ Italia era l’ unico fra questi tre Paesi dove vi fosse qualche vitalità. ..."

Mentre l'Italia fascista portava a compimento quella memorabile impresa che fu "la battaglia del grano", portando la nostra Nazione all'autosufficienza nella produzione di frumento, e mentre paludi e terre malsane venivano strappate alla malaria per essere affidate al lavoro di migliaia di famiglie di contadini, in USA, URSS, in Inghilterra e nel resto d'Europa, la gente moriva di fame nelle strade delle città o nelle campagne incolte.

Ieri come oggi, la famelica speculazione finanziaria delle grandi banche aveva decretato il crollo dell'economia mondiale nel 1929, condannando milioni e milioni di persone alla povertà più assoluta ed alla morte per inedia, mentre in URSS la tirannia comunista, con il suo abominevole carico di storture disumane, riusciva a non essere da meno, portando a morire altri milioni di esseri umani.

L'italia fascista invece ferveva di lavoro, di conquiste sociali, di realizzazioni spettacolari in ogni campo. Ho fatto prima riferimento alla "battaglia del grano"; ebbene, prima dell'avvento del fascismo l'Italia pativa per una grave insufficienza alimentare derivante dalla scarsa produttività, con il risultato che bisognava importare ben 25 milioni di tonnellate di grano all'anno. A conclusione e come conseguenza di questa impresa, la nostra Nazione, oltre che ad avviarsi all'autosufficienza alimentare nel progetto più ampio dell'autarchia, riuscì a risparmiare circa 4 miliardi di lire all'anno. La cosa davvero importante era però un'altra: il fascismo aveva legato ad un palo gli speculatori di ogni risma ed al contempo aveva creato i propri nemici.

Altrove, come nella democratica America le cose andavano diversamente. Le leggi del mercato, del capitalismo criminale e cinico, protette da un governo che di democratico aveva, come ha tuttora, solo il bel nome, costringevano i nuovi poveri disoccupati e diseredati a morire davanti alle vetrine dei negozi, stracolme di beni destinati ai pochi con i soldi in tasca, preferendo distruggere tonnellate e tonnellate di cibo invenduto, per non turbare il mercato ed i prezzi, piuttosto che nutrire i bisognosi moribondi.

Queto è un pezzo di storia che gli americani hanno abilmente occultato per motivi facilmente comprensibili, a tutto beneficio dell'ignoranza dei loro sostenitori.

L'articolo, davvero illuminante, che segue, di Maurizio Blondet, fa riferimento ad uno studio specifico condotto dal russo Boris Borisov. ...

Link a questo articolo : http://www.effedieffe.com/content/view/3294/182/
La grande depressione in USA: 7 milioni di morti
Maurizio Blondet, 23 maggio 2008

Charlot che cucina e mangia una scarpa ne «Il Monello» è una scena che non si può dimenticare. Ma probabilmente pochi ricordano che il primo film «King Kong», l’originale in bianco e nero, comincia con la storia di un’attricetta che cerca di rubare una mela da una bancarella, perchè non mangia da tre giorni. Sono film girati nella Grande Depressione americana, 1931-1940, provocata dalla speculazione finanziaria e dalla crisi di Borsa del ‘29.Ora si scopre che quei film non esageravano per paradosso umoristico la situazione: secondo lo studioso russo Boris Borisov (1), oltre sette milioni di americani scomparvero nel decennio 1931-1940. Come ha fatto Borisov ad arrivare a questa cifra?Consultando le statistiche demografiche ufficiali dell’US Census Bureau: nascite, morti, immigrazioni ed emigrazioni. E’ lo stesso metodo in base al quale il demografo americano Alec Nove e lo storico britannico Norman Davies hanno cercato di stabilire il «costo umano del comunismo» ai tempi di Stalin: 11 milioni di russi risultano morti in eccesso sulla tendenza, scomparsi per fame e lager, più 22 milioni di morti nella seconda guerra mondiale durante la dittatura stalinista. Secondo Davies la cifra totale può essere stata di 50 milioni.In ogni caso, le statistiche demografiche rivelano tragici vuoti nelle generazioni sovietiche. Sorprendentemente, la demografia USA rivela gli stessi tragici vuoti.«Secondo le statistiche ufficiali americane», scrive Borisov, «gli Stati Uniti persero non meno di 8 milioni e 553 mila persone fra il 1931 e 1945».Una parte a causa dell’emigrazione: durante la Grande Depressione il flusso migratorio si invertì, gli americani che cercarono una vita all’estero superarono quelli che immigrarono in America. Nel decennio precedente, il saldo degli afflussi era stato positivo per 2.960.782 nuovi arrivi. Per il decennio della Depressione, il saldo è negativo: 3 milioni e 54 mila persone se ne andarono. Ma come si giunge ad 8 milioni e passa di scomparsi?«Nel 1940, in base alla crescita demografica normale, gli USA avrebbero dovuto contare una popolazione di 141.856 milioni», risponde Borisov: «Invece nel 1940 la popolazione americana risultava di 131.409 milioni. Se sottraiamo i 3 milioni e passa spiegabili col deflusso migratorio, restano 7.394.000 persone che non esistono più nel ‘40. E non c’è alcuna spiegazione ufficiale del fenomeno».Borisov punta l’attenzione sul biennio 1931-1932: «Allora gli indici di crescita demografica cambiano due volte e in modo istantaneo, nel senso che scendono notevolmente, e restano allo stesso livello per il decennio seguente». Cosa accadde?Per Borisov, quei 7 milioni di americani morirono di fame e di stenti. Lo studioso sottolinea la coincidenza, non solo temporale, con l’Holodmor, la grande carestia sovietica provocata dalle crudeli esazioni del regime contro i coltivatori diretti, le confische forzate dei grani e persino delle sementi, che si concluse con la deportazione dei kulaki ucraini nel 1932-33 accusati di «sabotaggio» (privi di sementi, non poterono garantire il raccolto). La repressione portò praticamente alla mancata produzione agricola per anni, la fame infuriò in tutto l’impero sovietico. In Ucraina, vi furono casi di contadini che mangiarono i loro figli nati morti.Ma è possibile che qualcosa di simile sia avvenuto in America, in regime di libertà e di proprietà privata, con in più la politica sociale del New Deal rooseveltiano?«Pochi sanno», replica Borisov, «che cinque milioni di coltivatori americani, circa un milione di famiglie, furono espulsi dai loro terreni: pignorati dalle banche, perchè non riuscivano a pagare i debiti contratti. Gente che dovette lasciare la propria casa ed errare qua e là senza meta, senza denaro e senza proprietà; che si trovò confusa tra le masse di milioni di disoccupati, impossibilitata a trovare un lavoro, preda di sfruttamento gangsteristico».E’ esattamente il quadro, grandiosamente tragico, che il romanziere John Steinbeck ha descritto nel suo «Grapes of Wrath» (in italiano «Furore»): una povera famiglia di mezzadri, i Joads, cacciata dalla sua terra dai debiti, dalla miseria e dal Dust Bowl (in quegli anni, per giunta, le terre troppo sfruttate dalla nuova agro-industria si isterilirono, tutto il Midwest agricolo divenne una «scodella di polvere») vagano in cerca di lavoro e di dignità; e si ritrovano nella Central Valley californiana insieme a migliaia di altri disgraziati privati di tutto, angariati e sfruttati da padroni che hanno a loro disposizione, per mantenere l’ordine, dei criminali.Un autore americano di quegli anni, Jack Griffin, ha rievocato la sua infanzia in questo modo: «Ricordo che avevamo cambiato il solito cibo, ora mangiavamo quello disponibile. Invece dei cavoli, cucinavamo foglie. Abbiamo anche mangiato rane. Mia madre e la mia sorella maggiore morirono nel giro di un anno».Nelle città la situazione non era migliore, come mostra il film di Charlie Chaplin e la storia dell’attricetta di King Kong che ruba una mela. Anzi. A New York, i negozi esibivano in abbondanza ogni ghiottoneria a basso costo (c’era la deflazione), ma era solo per i ricchi. La gente comune, disoccupata, non aveva i soldi per comprare. Centinaia di miglia di persone restavano a stomaco vuoto per giorni, davanti a vetrine rigurgitanti di carni, pollami, salumi. L’abbondanza era tale, che tonnellate di alimenti venivano regolarmente distrutte.Ciò perchè, anche durante il New Deal restarono in vigore le strette regole del «mercato»: i generi alimentari, che restavano invenduti in quantità per la crisi, venivano obbligatoriamente eliminati come «surplus». Distribuirli ai milioni di poveri affamati avrebbe turbato il mercato, facendo calare ulteriormente i prezzi. Dalle statistiche, risulta che 6,5 milioni di maiali furono uccisi e inceneriti nei crematori. Interi raccolti furono incendiati nei campi, migliaia di tonnellate di grano affondate in mare. Dieci milioni di ettari di terra agraria furono lasciati incolti per legge, perchè la «offerta» superava la «domanda» solvibile.Vero è che le grandi opere pubbliche lanciate da Roosevelt furono la salvezza per 3,3 milioni di disoccupati e contadini privati della terra; nell’insieme, 8,5 milioni di americani lavorarono nel decennio per le grandi opere, senza contare i detenuti, messi a lavoro forzato.Ma le ricerche di Borisov hanno messo in luce un dato finora sottovalutato: l’enorme peso della tassazione sui salari, dovuto appunto alla recessione, per contrastare gli introiti fiscali calati drammaticamente. Un lavoratore dei lavori pubblici riceveva 30 dollari al mese lordi, ma 25 andavano in tasse. Restavano 5 dollari al mese (allora con forte potere d’acquisto, ma non certo una buona paga) per scavare canali e costruire ponti e dighe in territori selvaggi e malarici, dormendo in baracche, dove gli incidenti sul lavoro erano all’ordine del giorno; praticamente quei poveracci lavoravano solo per aver da mangiare.Tutto ciò consente a Borisov (con una certa Schadenfreude) di paragonare il programma di opere pubbliche rooseveltiano al Gulag sovietico, la rete di campi di concentramento gestitit dall’NKVD (poi KGB) dove in quegli stessi anni milioni di russi morirono scavando canali nel nulla, come il famigerato canale Mar Bianco-Mar Baltico. A 30 sottozero.«La Public Works Administration (PWA) non era priva di somiglianza col Gulag sovietico», scrive infatti Borisov: «Aveva persino il suo Beria americano, nella persona del segretario al Tesoro Harold Ickes, che rinchiuse due milioni di giovani disoccupati in campi di raccolta».Harold LeClair Ickes (1874-1952) avrebbe poi applicato questa sua specializzazione all’inizio della guerra mondiale, quando - nel giro di 72 ore - internò in campi di concentramento tutti i cittadini americani di origine o discendenza giapponese.Un milione e centomila americani con gli occhi a mandorla furono istantaneamente rastrellati su ordine di Roosevelt (Executive order 9.066 del 1942), costretti a svendere i loro beni, e raccolti in dieci campi, donne, vecchi e bambini.

1) Boris Borisov, «Famine killed 7 million people in USA», Pravda, 19 maggio 2008.
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mercoledì 26 agosto 2009

La speranza fascista della Russia

L'unica alternativa attuale al prepotente progetto anglo-americano di unipolizzare il mondo e conformarlo totalmente al dio liberal-capitalista è rappresentata dalla Russia.

In realtà l'opposizione russa oggi si svolge unicamente su un piano strategico di influenza politico-militare, soprattutto nelle regioni orientali dell'Europa ove risiedono i tanti staterelli,una volta uniti alla Russia nella ex-URSS, oggi oggetto dei tentativi americani di destabilizzazione in chiave anti-russa.

Da un punto di vista socio-economico invece, la Russia si regge sul delicato equilibrio tra uno Stato forte ed ingerente anche sul piano economico ed una potente oligarchia di capitalisti rampanti benchè nazionalisti.

-Alexander Dugin-

Il nazionalismo è il collante che in Russia tiene insieme Stato, popolo e potentati economici in una alleanza tradizionalista e anti-occidentale. Il risultato è che la leadership politica, Putin in testa, spesso viene etichettata come "fascista", contando sulla comune ignoranza dell'opinione pubblica mondiale in tema di fascismo.

L'ideologo Alexander Dugin, nazional-bolscevico, ammiratore di Evola e Guenon, nonché fondatore del movimento Eurasia, docente di geopolitica all’Accademia militare russa e consigliere di Putin, descrive molto bene, nello scritto che segue, questo grosso equivoco, facendo notare che un fascismo alleato della borghesia capitalistica è semplicemente un assurdo senza senso.

Il politologo, fautore di Mosca a capo di un’alleanza eurasiatica contro lo strapotere atlantico, individua, tuttavia, l'esistenza delle condizioni ideali per il sorgere di un vero fascismo russo, ideologicamente e praticamente aderente agli ideali del socialismo mussoliniano.

Di più, Dugin sembra persuaso che il fascismo, quello vero, sia la strada che la Russia si appresterebbe a percorrere.

Questa non è solo una speranza per la Russia, è una speranza per tutto il mondo! ...


Il Fascismo Immenso e Rosso

Alexander Dugin

Nel XX secolo solamente tre forme ideologiche hanno potuto provare la realtà dei propri principi in materia di realizzazione politico-statale: il liberalismo, il comunismo e il fascismo.

Anche volendo, sarebbe impossibile citare un altro modello di società che sia esistito nella realtà e allo stesso tempo non sia una forma delle tre suddette ideologie. Ci sono dei paesi liberali, dei paesi comunisti e dei paesi fascisti (nazionalisti). Gli altri sono assenti. E non possono esistere.

In Russia, abbiamo passato due tappe ideologiche – quella comunista e quella liberale.

Manca un fascismo.

1. CONTRO IL NAZIONAL-CAPITALISMO

Una delle versioni del fascismo che, pare, la società russa è già pronta ad accettare oggi (o quasi), è il nazional-capitalismo.

Non c’è quasi alcun dubbio che il progetto del nazional-capitalismo o del «fascismo di destra» è l’iniziativa ideologica della parte d’élite della società che è seriamente preoccupata dal problema del potere e che sente nettamente lo spirito dei tempi.

Tuttavia la versione «nazional-capitalista», di «destra» del fascismo, non esaurisce affatto l’essenza di questa ideologia. Inoltre, l’unione della «borghesia nazionale» e degli «intellettuali» sulla quale, secondo alcuni analisti, si fonderà il futuro fascismo russo, rappresenta un brillante esempio di un approccio del tutto estraneo al fascismo, sia come concezione del mondo, che come dottrina e come stile. Il «dominio del capitale nazionale» è la definizione marxista del fenomeno fascista. Essa non prende minimamente in considerazione la base filosofica specifica dell’ideologia fascista, ignora coscientemente il pathos di base, radicale, del fascismo.

Il fascismo è un nazionalismo, ma non importa quale nazionalismo, se un nazionalismo rivoluzionario, ribelle, romantico, idealista, facente appello a un grande mito e all’idea trascendente aspirante a realizzare nella realtà il Sogno Impossibile, partorire la società degli eroi e del Superuomo, trasformare e trasfigurare il mondo. Al livello economico, per il fascismo, i metodi socialisti o socialisti moderati, che sottomettono gli interessi economici personali, individuali, ai principii del bene della nazione, della giustizia, della fraternità, sono caratteristici. Infine, la visione fascista della cultura corrisponde al rifiuto radicale dell’umanesimo, della mentalità «troppo umana», cioè di ciò che costituisce l’essenza degli «intellettuali». Il fascista detesta gli intellettuali. Vede in loro un borghese mascherato, un borghese pretenzioso, un chiacchierone e un fifone irresponsabile. Il fascista ama simultaneamente il feroce, il sovrumano e l’angelico. Ama il freddo e la tragedia, non ama il calore e il conforto. In altre parole, il fascismo non ama niente di tutto ciò che fa l’essenza del «nazional-capitalismo». Esso lotta per il «dominio dell’idealismo nazionale» (e non del «capitale nazionale»), e contro la borghesia e gli intellettuali (e non per quella e con questi). La frase celebre di Mussolini definisce esattamente il pathos fascista: «Viva l’Italia fascista e proletaria!»

«Fascista e proletario», questo è l’orientamento del fascismo. Operaio, eroico, combattivo e creatore, idealista e futurista, un’ideologia che non ha niente a che vedere con la garanzia di conforto supplementare dello Stato per i mercanti (anche se sono mille volte nazionali) e le sinecure per gli intellettuali e parassiti sociali. Le figure centrali dello Stato fascista, del mito fascista sono il contadino, l’operaio, il soldato. Al disopra, come simbolo superiore della lotta tragica contro il destino, contro l’entropia spaziale – il capo divino, il Duce, il Führer, il Superuomo realizzante nella sua persona sovra-individuale (più che individuale, come «superuomo») la tensione estrema della volontà nazionale verso l’impresa. Certo, da qualche parte in periferia, c’è anche posto per il cittadino bottegaio onesto e il professore di università. Anche loro inalberano le insegne di partito e si incontrano ai meeting. Ma nella realtà fascista, le loro figure si volatilizzano, sono perdute, indietreggiano al fondo. Non è tramite loro e per loro che si fa la rivoluzione nazionale.

Storicamente, il fascismo puro e ideale non ha mai avuto realizzazione diretta. Nella pratica, i problemi essenziali della presa del potere e della messa in ordine del sistema economico obbligarono i leader fascisti – Mussolini, Hitler, Franco e Salazar – ad allearsi con i conservatori, il nazional-capitalismo dei grandi proprietari e dei capi d’azienda. L’anticomunismo fanatico di Hitler, il capitalismo tedesco rianimato, costò alla Germania la sconfitta contro l’URSS, e credendo all’onestà del re (portavoce degli interessi della grande borghesia) Mussolini fu consegnato nel 1943 dai rinnegati Badoglio e Ciano, che gettarono il Duce in prigione e fra le braccia aperte degli americani.

Franco riuscì a mantenersi più a lungo, al prezzo di concessioni all’Inghilterra liberalcapitalista e agli USA, e del rifiuto di sostegno ai regimi ideologici suoi simili dei paesi dell’Asse. Inoltre, Franco non fu veramente un fascista. Il nazional-capitalismo è un virus interiore del fascismo, il suo nemico, la garanzia della sua degenerazione e della sua distruzione. Il nazional-capitalismo non è assolutamente una caratteristica essenziale del fascismo, essendo al contrario un elemento accidentale e contraddittorio all’interno della sua struttura.

Dunque, e nel nostro caso, quello del nazional-capitalismo russo in via di sviluppo, la discussione porta non sul fascismo, ma sul tentativo di sfigurare in anticipo ciò che non può essere evitato. Si può qualificare tale pseudo-fascismo come «preventivo», «anticipatore». Esso si affretta a dichiararsi prima che in Russia nasca e si rinforzi seriamente il fascismo, il fascismo originale, reale, il fascismo radicalmente rivoluzionario che verrà. I nazional-capitalisti sono dei vecchi capi di partito abituati a dominare ed umiliare il popolo, presto divenuti «liberal-democratici» per conformismo, ma adesso che questa tappa è finita anche loro cominciano ad affiliarsi con zelo ai gruppi nazionalisti.

Le partitocrazie con i loro intellettuali di servizio, avendo trasformato la democrazia in una farsa, si sono probabilmente riuniti per infangare con decisione ed avvelenare il nazionalismo nascente nella società. L’essenza del fascismo: una nuova gerarchia, una nuova aristocrazia. La novità consiste nel fatto che la gerarchia è costruita su dei principi chiari, naturali, organici: il beneficio, l’onore, il coraggio, l’eroismo. La vecchia gerarchia, che aspira a mantenersi oggi nell’era del nazionalismo, come già in precedenza, è fondata su delle facoltà conformiste: la «flessibilità», la «prudenza», il «gusto per gli intrighi», l’«adulazione», ecc. Il conflitto evidente fra i due stili, i due tipi umani, i due sistemi di valori, è inevitabile.

2. SOCIALISMO RUSSO

E’ del tutto inappropriato definire il fascismo un’ideologia di «estrema destra». Questo fenomeno è caratterizzato più esattamente dalla formula paradossale di «Rivoluzione Conservatrice». Questa combinazione fra l’orientamento culturale-politico di «destra» – il tradizionalismo, la fedeltà al suolo, le radici, l’etica nazionale – con il programma economico della «sinistra» – la giustizia sociale, la restrizione dell’elemento del mercato, la liberazione dalla «schiavitù della percentuale», l’interdizione dei traffici borsistici, dei monopoli e dei trust, il primato del lavoro onesto. Per analogia con il nazional-socialismo, che si definiva spesso semplicemente «socialismo tedesco», possiamo parlare del fascismo russo come di un «socialismo russo». La specificazione etnica del termine «socialismo» nel contesto dato ha un senso particolare. La discussione porta alla formulazione iniziale della dottrina sociale ed economica, non sulla base dei dogmi astratti dei razionalisti, ma su quella dei principi concreti, spirituali, morali e culturali, che hanno formato organicamente la nazione come tale. Il Socialismo Russo non consiste nei russi per il socialismo, ma nel socialismo per i russi. A differenza dei rigidi dogmi marxisti-leninisti, il socialismo nazionale russo viene da questa comprensione della giustizia sociale che è caratteristica della nostra nazione, della nostra tradizione storica, della nostra etica economica. Un tale socialismo sarà più contadino che proletario, più comunale e cooperativo che statale, più regionalista che centralista – queste sono le esigenze della specificità nazionale russa , che si rifletterà nella dottrina, e non solamente nella pratica.

3. L’UOMO NUOVO

Questo socialismo russo dev’essere costruito da un uomo nuovo, «un nuovo tipo d’uomo, una nuova classe». La classe degli eroi e dei rivoluzionari. I detriti della nomenklatura di partito ed il loro usurato regime devono perire come vittime della rivoluzione socialista. Della rivoluzione nazionale russa. I russi si sono stancati della freschezza, della modernità, del romanticismo autentico, della partecipazione vivente ad un grande evento. Tutto ciò che è loro proposto oggi è o assai arcaico (i nazional-patrioti) o assai noioso e cinico (i liberali).

La danza e l’attacco, la moda e l’aggressione, l’eccesso e la disciplina, la volontà e il gesto, il fanatismo e l’ironia cominceranno a bollire fra i rivoluzionari nazionali – giovani, cattivi, allegri, intrepidi, appassionati, che non conoscono frontiere. Per loro – costruire e distruggere, governare ed eseguire gli ordini, realizzare la pulizia dei nemici della nazione e preoccuparsi teneramente dei vegliardi e degli infanti russi. Con passo furioso e allegro, si dirigeranno verso la cittadella usurata, il Sistema in marciscenza. Sì, hanno sete di Potere. Essi sanno ordinare. Essi soffieranno la Vita nella società, precipiteranno il popolo nel processo voluttuoso della creazione della Storia. Degli uomini nuovi. Infine saggi e coraggiosi. Come devono essere. Percepenti il mondo esteriore come una sfida (secondo l’espressione di Golovin).

Davanti alla morte, lo scrittore fascista francese Robert Brasillach pronunciò questa strana profezia: «Vedo che ad Est, in Russia, il fascismo rimonta, il fascismo immenso e rosso».

Ricordate: non il capitalismo appassito, rosa-bruno, ma l’alba abbagliante della nuova Rivoluzione Russa, il fascismo immenso, come le nostra terre, e rosso, come il nostro sangue.

A. Dugin

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