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Gravi ingiustizie sono all'ordine del giorno ed è impossibile, nel corso del tempo, conservarne la coscienza e la memoria. In questo spazio mi propongo di archiviare tutte le notizie che riportano i crimini compiuti dal nostro sistema democratico, garantista e liberale a danno della gente onesta e a tutto favore di assassini e delinquenti di ogni risma. Così, tanto per riflettere...
-Storie di ordinaria ingiustizia nel "favoloso" sistema demo-liberale-
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sabato 27 marzo 2010

Mafia & Democrazia snc - perchè lo stato antifascista è perdente -

Non vorrei prenderla troppo da lontano ma è bene riflettere sulla realtà della “democrazia”, per meglio comprendere il rapporto tra Stato e mafia.

La democrazia dovrebbe essere l’esercizio del potere e del governo da parte del popolo, ma è davvero così?

Tradizionalmente questa facoltà viene esercitata in modo indiretto attraverso la rappresentanza dei partiti politici e la delega affidata agli eletti in parlamento, i quali dovrebbero promuovere gli interessi del popolo elettore. Questo sulla carta. La realtà invece è sempre stata ben diversa.

Ciò che viene continuamente spacciato per democrazia altro non è che partitocrazia, cioè il governo esclusivo dei partiti, unicamente impegnati a gestire il potere, quasi senza alcuna relazione con gli elettori ed i loro bisogni, se non vagamente nel periodo che precede una elezione, per ovvi motivi.

I partiti in realtà, dovendo gestire il potere, per forza di cose sono divenuti i rappresentanti di sé stessi e dei centri di interesse, siano essi economici e finanziari che mediatici e culturali ed anche mafiosi. Il popolo invece non ha alcun potere, se non quello del voto, ma è questo un potere che si può facilmente controllare, condizionare o addirittura comprare. Se così non fosse, in quelle aule scandalose della Camera e del Senato della Repubblica non assisteremmo alla approvazione di certe leggi, a cui nessun comune cittadino onesto acconsentirebbe mai....

Le varie lobbies dunque vivono in simbiosi con il sistema dei partiti e delle istituzioni statali, da questi occupate,in uno scambio continuo di corruzione e concussione. Alla mafia però è destinato un posto d’onore in questo banchetto. Mafia siciliana, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita detengono il controllo assoluto almeno di mezza Italia, da Roma a Pantelleria, e sono in grado di dirigere i flussi di voti a qualunque livello, sottraendo al popolo la propria prerogativa; lo scambio è quindi inevitabile, in cambio di appalti e favori vari le mafie garantiscono l’elezione dei candidati più facoltosi da un punto di vista del potere politico ed il patto scellerato è stretto.

Se non altro siamo onorati e felici che questo “sistema democratico-mafioso” si dica anti-fascista, a scanso di equivoci.

Che la mafia e la partitocrazia vadano da sempre a braccetto è un fatto inconfutabile. Una volta abbattuto il fascismo, i mafiosi tornarono in Sicilia al seguito degli americani affinché riprendessero il controllo del potere e facilitassero l’invasione, poi nell’immediato dopoguerra le nuove autorità democratiche antifasciste riabilitarono e premiarono una moltitudine di boss mafiosi in “qualità” di vittime perseguitate dal regime fascista. E la storia d’amore riprese lì dove si era interrotta un ventennio prima e prosegue ancora oggi.

Non lo si può negare, anzi è da ricordare con grande commozione e gratitudine, che vi sono stati e tutt’ora vi sono ancora coraggiosissimi servitori dello Stato che, con forte senso del dovere e lealtà, arrivano a sacrificare perfino la propria vita per condurre una guerra spietata alle mafie; sono esponenti delle forze dell’ordine, questori, prefetti e magistrati che compiono quotidianamente il proprio dovere, nonostante siano boicottati da uno Stato che, a parole incoraggia i loro sforzi e raccoglie gli onori dei successi conseguiti ma nei fatti, scientemente nega loro le risorse necessarie a condurre una reale campagna repressiva che possa portare al successo definitivo. Quali sono le risorse negate? Esse vanno dalle forniture di mezzi tecnici adeguati, a partire dalle auto, alle risorse finanziarie per pagare gli straordinari, riparare le auto incidentate, acquistare il carburante, alle risorse umane, in termini di agenti di polizia in più, impiegati e magistrati nei tribunali; insomma, la realtà, al di là della propaganda governativa, è che zone come Napoli, Reggio Calabria e le province siciliane, anziché ricevere il massimo ed il meglio dallo Stato, presentano procure con personale ampiamente sotto organico, strutture fatiscenti, senza sorveglianza e completamente abbandonate ad un degrado inarrestabile. Il boicottaggio dello Stato non si ferma qui ma è anche, se non soprattutto, da riconoscere nell’assoluto vuoto legislativo che non offre strumenti straordinari e adeguati a combattere un nemico subdolo, spietato, occulto; di contro permane invece l’ostinato utilizzo delle leggi ordinarie nei confronti di un nemico che di ordinario non ha nulla.

Un abisso, non intermini di tempo trascorso ma di volontà politica, dividono lo stato attuale dallo Stato Fascista, la vuota retorica delle parole gratuite dei governanti di oggi dalle parole che usò Mussolini ad Agrigento il 9 Maggio 1924:

(*) ”Voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: mi si è parlato di strade, di acque, di bonifiche, mi si è detto che bisogna garantire la proprietà e l’incolumità dei cittadini che lavorano. Ebbene , vi dichiaro che prenderò tutte le misure necessarie per tutelare i galantuomini dai delitti. Non deve essere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica come la vostra”

e da quanto dichiarò alcuni giorni dopo a Roma al suo addetto stampa Cesare Rossi:

(*) “Infliggerò alla mafia un colpo mortale. La polizia avrà libertà d’azione. Se occorreranno nuove leggi, noi le faremo.” Detto per inciso, meno di un mese dopo Cesare Mori sarebbe stato inviato urgentemente a Trapani, in attesa di essere nominato prefetto di Palermo.

A ben poco vale l’arresto di qualche vecchio latitante che verrà condannato a diversi ergastoli e che, se la colpevole pigrizia di qualche magistrato non farà in modo da restituirgli la libertà dopo qualche mese, condurrà la prigionia in monolocali a 4 stelle da cui probabilmente, come è già successo, verremo a sapere anni dopo che è stato in grado di continuare ad impartire ordini ai suoi picciotti, mentre la moglie ed i figli a casa hanno tenuto salde le redini della cosca. E quando questo non accade, sappiamo bene che decine di altri capi fuori sgomitano, e a volte si fanno la guerra, per poter subentrare al boss finito in galera.

Come in ogni organizzazione sociale avanzata, da certi animali all’uomo, non è tanto importante la vita del singolo, benché capo, quanto la vita del gruppo o del branco, affinché si conservi di generazione in generazione. Allo stesso modo, mafia e politica vanno avanti a braccetto, dato che la fine di qualche vecchio capo-clan non compromette di per sé il sodalizio, anzi contribuisce alla ricerca di nuovi equilibri e nuove strade criminali.

Ieri prevaleva il traffico di stupefacenti tra le principali attività criminose delle mafie, mentre oggi, ancor più del pizzo, dell’usura e delle attività finanziarie, è il “cemento” il business più redditizio. Soprattutto la mafia siciliana e la ‘ndrangheta calabrese sono divenute proprietarie delle principali aziende produttrici di calcestruzzo e in quelle zone, chi voglia costruire qualcosa è obbligato ad acquistare il cemento mafioso, ovviamente di scarsa qualità, mentre tutti gli appalti pubblici pluri milionari vengono aggiudicati a società di costruzione, sulla carta linde, ma che fanno capo alle classiche “teste di legno” prestanome dei boss.

Il risultato è che nel sud Italia in questi decenni sono stati spesi decine di miliardi di euro per opere cominciate e preventivate con un termine dei lavori e con un certo costo ben precisi ma poi finite col costare il doppio o il triplo e spesso lasciate incompiute. Tutto questo continua ancora oggi sotto i nostri occhi ed è reso possibile dalla connivenza, anzi dalla complicità di funzionari pubblici e amministratori locali, questi ultimi spesso con il doppio incarico parlamentare, e referenti politici vari di ogni partito, come le numerose inchieste giudiziarie rivelano giorno per giorno.

Ieri avevamo di fronte ignoranti e sanguinari contadini con la lupara facile, oggi invece i mafiosi sono dei professionisti in giacca e cravatta, avvocati, commercialisti, ingegneri (in questi giorni ho appreso che è stato arrestato un boss architetto…), qualche volta ignoranti come i padri, avendo comprato la laurea, altre volte realmente preparati e professionali. La mafia di oggi è quindi una mafia d’affari che opera nelle costruzioni e nell’alta finanza ed ha relazioni strettissime con politici, affaristi, massoni e speculatori vari.

Ma il più delle volte, anche quando il contrasto delle forze di polizia, degli inquirenti e della stessa D.I.A. sembra costante e apparentemente fruttuoso, qualcosa comunque sembra non quadrare come dovrebbe. In realtà la lotta alle mafie sembra una eterna storia di piccole scaramucce, di toccate e fuga, di colpi sferrati ma mai affondati. Per meglio comprendere questo atteggiamento, basta riflettere attentamente sulle parole che qualche procuratore o vice-procuratore impegnato nell’antimafia esprime in qualche rara intervista; si riscontra sempre un atteggiamento di eccessiva prudenza quando si tocca l’argomento dei rapporti diretti con i mafiosi, ad esempio di coloro che vengono sottoposti ad interrogatorio, soprattutto se sono stati elevati al rango di “pentiti”; quando poi si tocca il rapporto con i boss, la cosa appare ancora più inquietante: si parla apertamente di rapporto di reciproco rispetto, in base a regole non scritte ma che hanno imparato a conoscere, riverentemente volte a non ferire l’orgoglio e la sensibilità del capo mafioso. Insomma, se “guerra” c’è tra stato e mafia, è una guerra “cavalleresca”, in pieno stile ottocentesco; è incredibile, sporchi criminali pluri omicidi, stragisti e sovversivi trattati con timoroso rispetto da parte di chi invece dovrebbe perseguitarli senza alcuna pietà e riguardo.

Sono passati quasi 70 anni da quando l’antifascismo, tornando al potere, ha riportato in auge la mafia; sono stati decenni in cui è stata inscenata una guerra finta e i risultati si vedono: “Mafia SpA” è ancora viva e vegeta, forte come non mai, in grado di produrre un giro d’affari complessivo che è stato stimato in oltre 130 miliardi di euro all’anno, di cui 70 miliardi di utili netti, una cifra spaventosa pari al valore di una decina di finanziarie, che se fosse restituita alla economia legale, potrebbe rendere l’Italia una nazione ricca e potente.

Uno scenario ben diverso da quello a cui gli italiani ed il mondo intero poterono assistere tra il 1924 ed il 1929, cinque anni in cui il prefetto di Mussolini, Cesare Mori, annientò Cosa Nostra. La volontà politica di ottenere quel risultato fu determinante, ma anche i metodi adoperati dal prefettissimo ebbero il loro peso e furono opposti a quelli attuali: egli diede la caccia personalmente a tutti i boss, li catturò insieme a tutti gli accoliti ed alle rispettive famiglie, mogli e bambini compresi (messi poi sotto tutela e protezione, affrancandoli da un destino criminale, altrimenti inevitabile). E poi Mori non si limito all’arresto dei capi mafia ma, il più delle volte, li umiliò nelle pubbliche piazze dei loro paesi, davanti agli occhi increduli degli stessi concittadini che fino al giorno prima erano stati vessati, derubati, minacciati e sottomessi; egli dimostrò che il più forte era lui e non il capo cosca locale, che sovrano era lo Stato non la mafia; anziché chiedere ai cittadini di ribellarsi alla mafia, come viene oggi ripetuto a vanvera, senza offrire garanzie di protezione e di presenza, Mori dimostrò nei fatti che era prima di tutto lo Stato a ribellarsi e ad imporsi e, di più, egli incitò sempre i cittadini ad affrontare direttamente e con le armi in pugno i mafiosi, lottando al fianco delle forze dell’ordine.

E si, erano tempi diversi, tempi in cui lo Stato era per il Popolo e il Popolo per lo Stato. E per la mafia non c’era posto.

(*) Tratto da “Il prefetto di ferro” di Arrigo Petacco.


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